
sabato, 28 novembre 2009
Vorrei avere un’altra vita. Non per farci qualcosa di strano, qualcosa di meglio, ma soltanto per fare quello che non ho fatto ancora e non farò mai. Ci sono eventi a cui non potrò mai assistere, strade che non potrò percorrere, esperienze che non avrò modo di interiorizzare. Rumori a cui non farò l'abitudine, emergenze che non saprò affrontare, sapori che non potrò mai apprezzare. Tante sono le cose che, in questa vita, mi saranno precluse e non per la mia volontà, o per il mio carattere, ma per il caso di essere nato in un certo luogo, in un certo tempo, in certe condizioni. Chissà come sarebbe cambiare tutte queste variabili? Che nuovo uomo nascerebbe, e che futuro gli spetterebbe?
Non dico questo perché la vita che conduco ora sia insoddisfacente, non perché voglia provare un’insensata novità quando a ventitrè anni ho ancora un mondo da esplorare. Mi piace essere come sono, mi piace essere me. Mi piace il modo in cui penso, in cui guardo, in cui conosco; i miei difetti e i miei pregi sono lati di una medaglia che io stesso ho creato, e che continuo a limare con il passare del tempo. Lo faccio con amore, con impegno, perché la nostra vita è ciò che di più prezioso abbiamo e che non ci abbandonerà mai. Siamo autori di noi stessi, siamo pittori di un ritratto che ci rappresenta, e un artista non crea mai qualcosa che disprezza. Siamo così perché vogliamo essere così, ed io per primo aderisco a questa legge.
Eppure.. eppure. Mi chiedo come sarebbe essere qualcun altro, nascere qualcun altro. Come sarebbe avere altri pensieri, altri sguardi, altri caratteri; fare altre esperienze, conoscere altra gente, gente diversa da quella che conosco in questo momento. Se ora amo il mio mondo, come sarebbe amarne un altro con la stessa intensità, con la stessa durata?
Un certo scrittore ha detto che chiunque può amare i mari del sud, pur non essendoci nato, ma nessuno può amare la nebbia se non è nato nella nebbia. Concordo, dato che io sono uno dei pochi che quando c’è la nebbia fuori casa mia, e ce n’è tanta, prende e parte per una delle sue assurde passeggiate. Camminare nella foschia, con il cielo grigio e i suoni ovattati, è uno dei miei piaceri personali che custodisco gelosamente, insieme a quello di passeggiare di notte per una città deserta.
Ma la consapevolezza che questo gusto scomparirebbe, se io fossi nato altrove, mi ha spinto a desiderare di sapere che cosa, allora, avrei amato fare. E' l'antica guerra, sempre più attuale anche se nessuno se ne accorge, tra natura e cultura, tra essere e diventare. Se io fossi nato in una paradisiaca spiaggia dei Caraibi, avrei amato allo stesso modo nuotare e vivere al sole? Se io fossi nato in una grande metropoli americana, come sarebbe stata la sensazione di trovarmi schiacciato da tutti quei grattacieli, in mezzo a tutte quelle persone?
Sono domande affascinanti, ma come spesso accade alle domande affascinanti, inconcludenti. Non si potrà mai sapere come sarà vivere un’altra vita. Chi dichiara di cambiare, di voler cominciare tutto da zero, in realtà non può fuggire da stesso. E, per chi crede nella reincarnazione, otterrà solo una nuova vita, dimenticandosi del sé precedente, senza poter fare paragoni ma soltanto creandosi un’altra, insoddisfacente, vita.
E’ un paradosso da cui non si può fuggire, quello che getto sul tavolo, e che mi ha suggerito la fredda nebbiolina di questo sabato pomeriggio, che bussa alla mia finestra e mi distrae dallo studio, irriverente, come un amico che vuole uscire a giocare. Non si può gustare pienamente un’altra vita se non ci si è liberati di quella precedente, dalle sue esperienze, dai suoi condizionamenti; ma non si può dimenticare la vita passata, perché ciò che cerco io non ho è la sostituzione di me stesso, ma il confronto surreale del “come sarebbe se”.
Come sarebbe, se io fossi nati in altri luoghi. Se fossi un Inuit della Groenlandia, in grado di distinguere i fantomatici quindici tipi di neve, piuttosto che un pastore dell’Africa desertica; se fossi un aborigeno dell’Amazzonia, o il figlio di un ricco petroliere della Russia. Tante cose possono cambiare, non necessariamente in meglio o in peggio. Ma come sarebbe, amare alla follia il respiro dell’Oceano Indiano, o il tripudio artificiale di una Tokio vissuta non come turista, non come trapiantato, ma come nato e cresciuto tanto da conoscerne ogni svicolo, ogni facciata. Se io fossi un esule caldeo in marcia attraverso la Turchia, oltre la sofferenza e il dolore vivrei l’alba come una nuova speranza, mentre ora per me è solo il pallido inizio di qualcosa, probabilmente, noioso. O se invece fossi uno di quei ragazzini dinoccolati in precario equilibrio su canoe solcanti acque cristalline di un atollo polinesiano, sarei più abituato a vedere il mondo sotto il pelo dell’acqua che quello cupo e illuminato dai lampioni.
Se non avessi mai letto un libro, cosa farei del mio tempo, su che attività creerei la mia personalità? Se sapessi disegnare, se sapessi cantare, se avessi nei numeri la mia dote naturale, in che maniera mi esprimerei? A cosa sarei capace di dare forma, e con quale impegno compierei i miei atti d’amore verso il mio talento?
E, dato che ormai passo più tempo nell’Atene del V secolo o nell’Asia di Alessandro Magno, chissà (ma questo è un pensiero già più comune, e per questo rassicurante) come sarebbe vivere nel passato? Chissà con quali occhi vedrei il mondo? Di solito, se mi immagino viaggiatore del tempo, mi vedo nell’Accademia di Platone o in un Monastero benedettino, ma chissà invece come sarebbe la mia vita da soldato, da marinaio, da mercante.
Sono capriole metafisiche, è vero, astratti giochi mentali basate su ipotesi irrazionali. Non potrò mai vivere un’altra vita, non potrà mai amare allo stesso modo, con la stessa storia, sapori diversi dal mio caffè appena bevuto o dalla pizza che mangerò questa sera. Non potrò trovare la stessa profondità di camminare per il mio paese avvolto dalla nebbia in altre passeggiate, forse anche più fruttuose, ma meno radicate nel mio animo. Non avrò altri termini di paragone, rispetto alle cose che faccio, perché ogni novità per quanto bella resterà sempre tale, resterà nuova.
Vorrà dire che, volente o nolente, dovrò farmi bastare quello che ho. Continuare a vivere, indulgendo di tanto in tanto in questi sogni di vite parallele, e continuare ad amare la mia vita, il mio mondo, il mio io. E non c’è amarezza, in queste parole, in questa rinuncia, così come non c’è amarezza nella nebbia in cui cammino. C’è soltanto il gusto, del tutto mio personale e come tale forse incomprensibile, di nascondere per qualche istante ciò che ho di più caro tanto da sentirne la mancanza, e poi farlo ricomparire con un raggio di sole per apprezzare doppiamente il suo ritorno, la sua presenza.
Alcuni pensieri, alle 15:19
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domenica, 30 agosto 2009
Non era a causa di nessuna avventura particolare che mi trovavo su quel treno, in quel momento, a quell’ora. Non era una tratta esotica, improbabile o comunque interessante, ma una banalissima Bologna – Ferrara, della durata di trenta minuti fino al capolinea, su uno di quei vagoni regionali dagli interni azzurri e dai sedili bassi. Certo, una direzione insolita per me, considerando la mia posizione geografica all’interno della Pianura Padana mi costringe di solito ad andare o in una città o nell’altra, senza mai unirle in un’unica linea. Ma volte capita che, per imprevisti o organizzazione logistica, capiti di cambiare di una virgola le nostre abitudini, il nostro mondo quotidiano, e proprio da quelle discrepanze nascono i piccoli grandi momenti di quieto sublime. D’altronde, ed è uno dei primi post che ho scritto qui, il viaggio non si determina dalla lunghezza percorsa, ma da ciò che succede durante.
Niente lasciava presagire la bellezza di quei trenta minuti, quando sono salito sul treno e, evitando con cura le domande insistenti di una signora svampita, mi sono posizionato accanto al finestrino. E’ vero, venivo da una giornata decisamente piacevole, un ritorno a quel passato che tanto mi è caro fatto con gli occhi del presente che ho ottenuto e costruito, e che neanche mi dispiace. Ma la serata non si preannunciava all’altezza, come poi si è effettivamente rivelata, e quel treno Bologna Ferrara si preannunciava come uno di quei tanti spostamenti ferroviari che costellano la vita mia e di qualsiasi pendolare.
Ma basta un nulla, per cambiare prospettiva. Basta che il lettore mp3, uno dei tre fidati regali ricevuti in vita mia, azzecchi la canzone giusta al momento giusto per stravolgere tutto, per risvegliare in me la voglia di scrivere, di sognare, di mettere per un attimo da parte la vita per concedermi il lusso, perché lusso è, di riprendere in mano questo vecchio vecchissimo luogo che tanto mi ha dato e che tanto ho maltrattato.
Avevo lasciato una Bologna umida, dopo lo scroscio d’acqua che mi aveva costretto a muovermi in autobus, cosa insolita per un corridore bipede come me che misuro i portici e le strade con la mia falcata e che mi ha reso forestiero in una città che vedo quasi tutti i giorni. Il temporale estivo era passato, sì, e il cielo si era tinto d’azzurro e di rosa ad un crepuscolo appena sfumato dietro le nubi ancora cariche di presagi.
Ma il treno cambia tutto, è come l’alfiere sulla scacchiera che scardina le mosse degli avversari, e ora all’acquazzone stavo andando incontro velocemente, raggiungendolo e riprendendolo per i capelli, mentre la luce scompariva del tutto e mi lasciava come un viandante notturno a guardare un orizzonte fatto di lampioni stradali attraverso il vetro opaco di un treno in corsa. Ed è stato proprio quando ho visto il primo fulmine balenare all’improvviso che è iniziata la musica, una delle più belle che io abbia mai ascoltato, che mia madre ascoltava sul vecchio stereo in sala e che io orecchiavo mentre passavo per caso, distratto, eppure colpito.
Si chiama Prospero’s Magic, la Magia di Prospero, e da sempre l’unione di queste due parole ha suscitato un’attrazione, in me, che non mi sono mai spiegato fino in fondo.
Eppure, da qualche tempo, il nome Prospero sta entrando sempre più nella mia vita. Non solo perché è un Mago, forse il Mago, e questa figura suscita in me il più reverenziale ed estatico interesse, una vibrazione delle corde del cuore, come un richiamo ancestrale e vago, ma pur sempre un richiamo verso un qualcosa, il sogno di un bambino che per un qualche motivo non si è spento con la ragione e la maturità ma anzi è aumentato, trasformandosi e radicando ancora più tenacemente le sue radici. Non è sogno ad occhi aperti, nerdismo da fanatico di gioco di ruolo che non sono, o la folle pretesa dell’inesistente, bensì una costante ispirazione, un piacere quasi proibito nel continuare a non perdere la voglia di viaggiare con la mente, di abbandonarsi al fantasticare, di scrivere il risultato dei miei giochi mentali.
Perché questa è la Magia di Prospero: la parola. Oltre tutti i veli, le metafore e le parabole, dietro i paraventi della scena e chiuso finalmente il sipario su trucchi da prestigiatore e cartomanzia becera, la vera Magia è questa. E’ l’inventare storie, raccontare, trasportare chi ascolta e chi legge in altri mondi dove tutte quelle cose fantasiose sono non solo possibili, ma anche reali; è plasmare la voce e il pensiero, per renderli strumenti al proprio servizio, qualche sia lo scopo per il quale vengono forgiati; è sapere, sapere tutto, anche l'inutile perchè non si sa mai che un giorno da quell'inutile nasca il fiore più bello del giardino che noi coltiviamo con cura. E' illudere, certo, ma a fin di bene perché Prospero se inganna lo fa non per suo tornaconto, ma perché è l’unico modo per fuggire dalla sua isola, dal nostro mondo. La Magia è la narrazione, ma perchè limitarci a solo questo ristretto campo? E' scrivere, qualsiasi cosa in fondo, perchè virgole e parole sono ingredienti di una pozione che vanno miscelati a dovere; è pensare, perchè ogni moto dell'anima e della mente deve essere non troppo stretto nelle catene ma non troppo libero di perdersi; è la filosofia, la scienza, la fantasia.
Il Libro è l’incantesimo di Prospero, di qualsiasi forma e dimensione, sia esso un tomo di mille pagine o piuttosto un haiku di diciassette sillabe in grado di aprire ina finestra sul Giappone del 1600; sia una musica, come quella che ascoltavo e che ascolto tutt'ora, oppure un quadro o perchè no un semplice pensiero, che corre veloce come una stella cadente solcando il cielo scuro e proprio per questo ancora più risaltante con la sua finissima scia luminosa. Il Mago è chi scrive, ma anche e soprattutto chi legge (sempre se c'è differenza tra questi due ruoli) perchè proprio a quest'ultimo è dato il compito di andare con la sua fantasia oltre le semplici parole, oltre il punto in cui è arrivato lo scrittore, e correre verso la breccia che è stata aperta per lui.
Il lettore può liberare Prospero, alla fine della Tempesta; può sapere cosa c’è dopo i Rifugi Oscuri, cosa oltre la Torre Nera, cosa dentro le Rovine; può decidere cosa si cela dietro i mille passaggi verso gli infiniti mondi creati e da creare. E lo può fare con l’eleganza dei violini e degli archi, può innalzarsi con l’eleganza e l’autonomia di quella seconda melodia che si intreccia alla prima, e che io ascoltavo rapito dai fulmini che cadevano a ritmo della musica.
Ma non è solo per questo che Prospero il Mago sta diventando qualcosa di più, per me, che uno dei tanti modelli dei miei pensieri che hanno un loro Olimpo a parte, accanto alla Scuola di Atene di Raffaello sopra il mio letto. Ma per qualcosa di ancora più intimo, più profondo, un legame che mi fa una paura fottuta ma che mi riempie il cuore di qualcosa che ancora non so cosa sia.
E’ un simbolo, Prospero, e la mia vita è fatta di simboli. Il simbolo non solo di qualcosa che penso, che studio, e con cui gioco come gioco con il resto delle mie allegorie; ma di qualcosa che ho fatto, una buona azione come tante se ne fanno e che nessuno fa mai notare, eppure che per me è diventata una pietra miliare della mia personalità. E’ il bene che c’è in me, e che non è stato sepolto dall’accidia o dalle circostanze o dalle insicurezze che mi porto dietro, nel bene e nel male ma soprattutto nel silenzio di tutta una vita. E’ la forza di volontà che so di avere ma che non tiro mai fuori, la determinazione, la voglia di fare qualcosa di buono e non solo di parlare e scrivere. E’ la vita, Prospero, di nome e di fatto.
Per anni, in un gioco di ruolo, era il Mago che si adattava a me, ai miei tic, alle mie abitudini, alla mia esperienza. Prospero è il rovesciamento dei ruoli, sono io che ho imparato dal Mago, dall’insegnante per eccellenza, e non per sciocche motivazioni di fanatismo fuori luogo.
Ma perché la Magia di Prospero è questa, è la creazione reale di fatti immaginari, è la nascita di un modello che tanto può dare a chi si spoglia dei suoi preconcetti e impara. Imparare da un libro è possibile, se lo facciamo dalla filosofia perché non possiamo farlo anche dal resto? Forse, semplicemente, è il risveglio di qualcosa che si era soltanto assopito, il mettere alla luce parti di noi. Ma che importa di chi è il merito, se regala qualcosa di più che la surrealità di un rovesciamento di ruoli convenzionali?
Creare qualcosa non è mai un’azione a senso univoco. Houbb Ilahi, il duplice e vincolante legame tra il creatore e la creatura, tra lo scrittore e il libro, tra la persona e il personaggio. Prospero e la sua Magia mi hanno insegnato questo, ed è una lezione che mi tornata sulle lacrime agli occhi mentre la musica e il paesaggio e i pensieri si fondevano in un’unica armonia di emozioni. Ed io qui la trascrivo, allievo diligente come al solito, nel posto che per anni è diventato il ricettacolo delle mie riflessioni, e dei miei momenti di svolta, e che in fondo mi rendo conto che parla sempre e soltanto del medesimo argomento.
martedì, 17 febbraio 2009
Non saprei definire il motivo per cui ho girato a sinistra invece di tirare dritto, come ogni volta, per tornare a casa. Se ci stavo pensando razionalmente non me ne sono accorto, anche perché sarebbe ancora più arduo spiegare come mai una simile decisione, così diversa dal mio animo abitudinario, agitasse i miei pensieri. Forse è proprio perché sono stanco delle mie abitudini, e oggi ho voluto dare un segno a me stesso che posso cambiare, posso improvvisare. Forse è perché, più semplicemente, non avevo voglia di ritornare a casa e alla mia routine, ed era una cosa che volevo fare da tempo, una strada che volevo cercare da molti anni.
Ho girato a sinistra, seguendo l’indicazione che già in passato avevo notato ma mai mi ero deciso a seguire. Ci passo davanti ogni giorno, per andare verso la stazione, e ogni volta rimandavo l’esplorazione al giorno “giusto”. Non ho mai capito quale fosse il giorno “giusto” per fare le cose sino a quando non mi ci sono trovato dentro, fino all’attimo prima di dire “Ora” invece del solito “Non ancora”.
Oggi era il giorno giusto per andare a cercare il Cimitero degli Inglesi. Non so dire perché: non so mai perché è il giorno giusto, so solo che lo è. Ho assecondato l’istinto, come sempre ho fatto, anche se celo queste scelte inconsapevoli dietro un manto di razionalità da cui, forse, preferisco essere rappresentato.
Non che fossi particolarmente triste. Nonostante l’Arrivederci e l’aver salutato un treno in partenza, anzi forse proprio per questo, c’era il malinconico sorriso sulle labbra che mi fa sentire vivo ben più di una risata, o di un pianto. Non era la tristezza a spingermi a cambiare strada, per una volta, bensì l’irrequieta voglia di esplorare il nuovo. E così, a bordo della mia fida e decrepita Ford, ho intrapreso la ricerca.
Ricerca, forse, è un termine esagerato. Argenta è piccola, per non dire minuscola, e le indicazioni posizionate in modo tale da impedire a quei già pochi turisti che passano da queste parti di perdersi nei sentieri sterrati della campagna. Quindi, con un occhio alla strada semideserta e uno ai cartelli, non ho dovuto faticare molto per imboccare le strade a malapena asfaltate, strette anche per una sola auto, che allontanandosi dal paese si inoltrano in quegli spazi immensi che circondano i paesi della bassa padana. Curve strette, fossi di irrigazione che costeggiano la carreggiata, casolari sporadici e ingombri di arrugginite macchine agricole. Nessuno, oltre a me, si aggirava in quella parte di campagna, facendomi sentire quasi un intruso rumoroso in quel mondo appartato dal resto dell’universo. Né me la sono sentita di avvicinarmi più di tanto con la macchina, preferendo lasciarla un po’ in disparte, là dove il sentiero di ghiaia strappa un palmo in più di terra ai campi coltivati.
Il Cimitero sorge in disparte, in una stradina laterale a fondo chiuso, come lasciato lì da qualcuno e dimenticato, un fazzoletto verde nel bel mezzo di campi neri e marroni di terra pronta per la semina. E’ piccolo e dimesso come molti dei cimiteri di guerra, soprattutto quelli di paese; non ci sono mura a dividerlo dal resto del mondo, ma siepi talmente basse e rade da costituire solo un proforma, una barriera simbolica che nulla vuole impedire di vedere. Soltanto l’accesso è in muratura, un alto portale costituito da due pilastri che reggono il cancello, e che si innalza nella fredda aria grigia con la semplice maestosità di un nobile decaduto. Era aperto, e in quel silenzio vuoto di persone porgeva un invito dolce, quasi materno, ad entrare.
Ero giunto sin lì dicendomi che volevo solo dare un’occhiata e vedere dove fosse, ma era solo una banale scusa per non potermi più tirare indietro. Ho varcato il cancello in punta di piedi, con timidezza, come se mi sentissi un estraneo, o forse un ospite da lungo tempo atteso. Attendevo il richiamo di un guardiano spuntato chissà dove, o che una sirena lanciasse l’allarme non appena i brevi ed iniziali metri avrebbero lasciato spazio alla corta erba del prato.
Nulla di tutto questo, ovviamente. Il Cimitero era deserto, e non un solo suono ha turbato la mia visita; il rombo delle auto della strada vicina risuonava lontano, ovattato, costituendo quasi il respiro della quiete.
Io stesso ero fatto di silenzio, un’apparizione in un mondo che non gli appartiene. Respiravo piano, e le mie scarpe non facevano rumore, nell’erba tagliata di fresco, ed anzi cercavo di calcare le impronte più chiare di chi mi aveva preceduto per lasciare ancora meno traccia del mio passaggio. Ero l’unica nota di colore nero, con il mio cappotto e miei capelli, in quel quadro impressionista fatto di verde e pennellate di bianco disposte in filari, lapidi semplici e disadorne che nascevano dal terreno.
Non è un luogo tetro, il Cimitero degli Inglesi. La sua semplicità cancella ogni ombra in cui si possono annidare lutti o lacrime o paure, e l’ordine che regna in esso è un’armonia geometrica rassicurante. Non è un ammasso affastellato di lapidi e cappelle e tombe alla Spoon River, un selvaggio incrociarsi di storie in cui, mi immagino, il marmo si fonde con la foresta che avanza. Non ci sono colline, qui, su cui arroccare isolati cimiteri, ma soltanto campi da arare in cui ogni palmo di terra condivide il destino di quello accanto; lo sguardo non viene fermato da nulla, ma prosegue fin dove la natura umana glielo concede. Le voci delle anime che qui riposano non cantano ognuna una canzone diversa, ma diversi accordi di un’unica, malinconica, melodia. Per quanto ognuno dei soldati sepolti qui provenga da storie e nazioni diverse, unica è la sorte che li ha riuniti in questo posto, e breve è l’intervallo di tempo che divide il più giovane dal più vecchio.
Anche le iscrizioni sono simili, lamenti funebri o citazioni bibliche, o ancora ricordi orgogliosi del figlio o del marito ucciso in quello che credeva, o credevano, essere il suo dovere. Al centro del marmo bianco, gli stemmi delle loro compagnie e della loro religione: cristiani ed ebrei, irlandesi e africani, canadesi e inglesi. Marines, piloti della Royal Air Force, anche medici o cappellani. Non so se l’umanità lì raccolta fosse così varia come lo è quella raccontata da Lee Masters, credo che ognuno di quei ragazzi di venti o massimo trent’anni avesse i suoi ricordi passati, le sue speranze future, e una storia da raccontare. Ma non ho sentito parole risuonarmi all’orecchio, mentre camminavo tra e sopra di essi, né ho percepito ispirazioni improvvise o flash della guerra che in queste zone è ancora presente nelle cicatrici della città e di chi l’ha abitata.
L’unica voce che ho percepito è stata quella del vento, del cielo grigio di metà febbraio, che scuoteva le foglie secche di uno dei pochi e piccoli alberi attorno all’eterea croce bianca centrale. Quel suono tremolante, incerto e sussurrato, bastava ad esprimere l’unico giudizio possibile sulla guerra. Non c’è bisogno di scomodare Ungaretti per sentire, in quell’aria fredda e implacabile, tutte le vibrazioni delle vite sepolte lì attorno. Ma non era un lamento di angoscia, o almeno io non l’ho percepito come tale, bensì il semplice sospiro di chi, pur immerso nel sonno, continua a mormorare i propri sogni.
Prima di allontanarmi ed uscire dal cancello, ho fatto una sosta nella piccola nicchia a forma di tempietto che sorge all’ingresso. Uno sportello metallico, con una croce incisa e un piccolo pomolo, aveva attirato fin da prima la mia attenzione e così, facendomi coraggio, l’ho aperto; uno stridore ha interrotto per alcuni secondi la pace silenziosa del Cimitero. All’interno della nicchia c’era il registro delle visite e una penna, in piena fiducia dei visitatori, tanto che ho rotto la mia solita discrezione apponendo anche la mia firma, ma non prima di aver dato un’occhiata alle pagine precedenti.
Tanti sono stati quelli che, come me, sono capitati da quelle parti; o almeno, tanti considerando il luogo e le motivazioni che possono spingere ad andare in quello sperduto Cimitero di guerra. Alcuni stranieri, forse, sono venuti per cercare il luogo di riposo di un loro parente, sebbene non abbia visto né fiori né candele tra le lapidi ben curate; altri, invece, hanno lasciato preghiere o speranze di pace.
Io, in quella breve mezz’ora che ho passato in quel Cimitero, non ho pregato, pur percependo la profonda sacralità del luogo; di fronte a quella croce solitaria e a quelle lapidi mute, non c’è bisogno di intermediari. Ma ho smesso da tempo di farlo, astenendomi da ogni pratica o teoria religiosa, in attesa di trovare la mia propria strada, in attesa del giorno giusto anche per quello. La mia preghiera, se così vogliamo definirla, è questa che scrivo qui: una pagina di diario che non esiste, ricordi lasciati sull’altare di nessun dio.
Alcuni pensieri, alle 15:45
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lunedì, 27 ottobre 2008
C’era una mosca, stamattina, sul vetro. La sua sagoma nera, piccola, spiccava sul finestrino grigio di nebbia come una macchia artificiale, un neo inaspettato, tanto che ho dovuto impiegare alcuni istanti di attenzione per riconoscere i fili delle zampe, i contorni delle ali, il triangolo del corpo. Non un segno di ruggine, quindi, né una foglia appiccicata e neanche il punto isolato di uno di quei graffiti che spesso imbrattano le fiancate dei vagoni, ma una mosca aggrappata all’esterno del vetro.
Oltre c’era solo grigio, tutto era avvolto da quella fitta nebbia che segue l’alba, offuscandone i primissimi raggi, come a voler resistere alla neonata forza del giorno e alla sua luce che vorrebbe rischiarare il cielo notturno. Se non fosse stato per la mosca, il mondo non sarebbe stato altro che un oceano color cenere in cui il treno passava come farebbe un sottomarino, o un’astronave che si immette in un’atmosfera aliena. Non c’era nessun punto di riferimento, nessuna interruzione in quella monotona tenda di nebbia che copriva la visuale dalla finestra, ma solo una piccola mosca immobile schiacciata contro di essa. Era l’unica macchia di colore, e non esagero a definire il nero come un vero colore perché nella nebbia di queste parti qualsiasi cosa diverso dalla cenere sembra un colore vivo e piacevole. Ogni cosa, d’altronde, tende a perdere di spessore nella nebbia, e le tonalità finiscono per diventare solo una sterile gradazione di grigio, esattamente come succede nelle fotografie in bianco e nero dove ogni cosa, anche la più sgargiante, perde la sua identità.
Ma la mosca, già nera e oscura, disprezzata da tutti, resisteva tenace al tentativo della nebbia di assimilarla, inghiottirla come farebbe un rospo vorace immenso e dall’alito di denso vapore. Il suo nero vivo era l’ultima scheggia di notte che si ostinava a non dissolversi al sole non ancora uscito dalle sue nebbiose lenzuola, e che rimaneva avvinghiata al treno nella speranza, forse, di raggiungere presto un porto sicuro.
Restava immobile, cristallizzata in un attimo soltanto, e se all’inizio mi sembrava naturale quella sua fissità sul finestrino, questa normalità è andata perdendosi mano a mano che il motore rombava, e il treno prendeva velocità. Le sue zampe sottili quanto punte di spillo erano incollate al vetro stesso, la gelida acqua che andava condensandosi le doveva aver imprigionate; la nebbia forse la premeva contro il finestrino, schiacciandola come una mano solida ma invisibile; il freddo pungente della mattina la stordiva, dopo aver mietuto altre vittime tra le sue compagne.
Ce n’era un’altra, all’interno del vagone, che di tanto in tanto camminava sulle pareti, troppo debole per volare, ma grata del caldo che i nostri corpi emanavano. Tutto era colorato, dietro al finestrino: le poltrone verdi, gli interni ocra, i visi rosa e i capelli biondi, gli occhi azzurri, i giubbotti rossi, le borse e gli zaini. Ma all’esterno restava il grigio onnipresente, che solo di tanto in tanto sputava fuori qualche casa, qualche albero, in cui la mosca non poteva trovare rifugio: c’era solo il treno, il finestrino, e la sua necessità di non perdersi nella nebbia.
Sembrava morta a tutti gli effetti, immobile e come congelata da un vento inclemente che le aveva abbassato la temperatura fino a portarla ad un passo dalla morte. In realtà, quando l’ho vista, ho pensato subito fosse soltanto un guscio vuoto la cui vita era stata mietuta dalla notte, avendola trovata priva di riparo, e che era dunque rimasta ghiacciata sull’umidità del vetro, come un nero fiocco di brina. E mentre riflettevo se scrivere qualcosa in proposito, davo per scontato l’epilogo di una morte strappata dalla foschia.
Ma la nebbia, in realtà, non è malvagia, almeno non in questa parte d’Italia. E’ come una coltre silenziosa, un manto di cui si avvolge la campagna per proteggersi dal freddo, e che non appena il sole ha guadagnato terreno nella volta celeste viene rimesso nell’armadio della terra. E’ solo un attimo della giornata, che viene via via dissolto dal tepore del tempo che scorre, e che lascia le cose esattamente come le ha trovate, aggiungendo una semplice carezza.
Così i raggi della mattina hanno illuminato più nitidamente la mosca addormentata, riportando calore nel suo corpo gracile e deforme, togliendole il ghiaccio dalle ali, dissipando le nebbie che la riempivano. Prima una zampa, poi un’altra, poi un’altra ancora hanno preso vita, muovendosi con cautela sulla superficie scivolosa e ancora fredda del finestrino. Poi alcuni balzi sgraziati, per prendere confidenza con la nuova vita che le era stata donata, come la riabilitazione dopo il coma, dopo l’ibernazione. Non c’era poesia, in quei movimenti: non è primavera, questa, ma il gelido autunno, e non è un tenero uccello il protagonista di questa rinascita bensì un piccolo e fastidioso insetto.
Eppure proprio quella mosca mi ha fatto tornare la voglia di scrivere, con la sua tetra goffaggine. Ha preso il volo dopo alcuni minuti di tentativi, abbandonando del tutto il finestrino al quale era rimasta attaccata fino allo stremo, e scomparendo definitivamente nella corrente originata dal treno in corsa, ormai alle porte di Bologna. Il sole era ormai vivo, e il mondo aveva alzato la nebbia per farne entrare la luce: giusto, quindi, che ciò che restava della notte appena trascorsa scomparisse insieme ad essa.
Alcuni pensieri, alle 14:37
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martedì, 02 settembre 2008
Sapevo che sarebbe arrivata la mia ora ma, se mi avessero detto che avrei incontrato la fine nel vano di una vecchia e squallida roulotte, probabilmente mi sarei fatto una grossa risata. Invece pare proprio che le cose siano messe in questo modo, che tanto consideravo improbabile pochi giorni fa.
Quando ho abbandonato questo luogo, anni or sono, non avrei pensato di rimetterci piede per mia volontà. Lo consideravo, e credo che una parte di me lo consideri tutt’ora, una reliquia del passato, un luogo che esiste solo nel ricordo e a cui non si può né si deve fare ritorno. C’è sempre stata una barriera, tra me e questo posto, ed è la diffidenza viscerale di tutti i ragazzi che hanno passato le loro vacanze infantili sempre e soltanto nello stesso luogo. Si sviluppa uno strano rapporto di odio e amore con gli scenari diventati familiari, che culmina durante l’adolescenza con il totale rifiuto di avere a che fare con ogni tipo di vacanza formato famiglia, tanto da pronunciare le fatidiche parole mai più.
Niente di più ovvio, quindi, che fino a pochi mesi fa mi sembrava surreale anche solo l’idea di trovarmi qui ad aspettare la mia fine, su questo scomodo materasso che prima di me ha visto i miei genitori e mia sorella dormirci sopra, come un’ininterrotta ed atavica linea di sangue. Pensavo che questa linea si sarebbe spezzata con me e la mai decisione di non proseguire le orme familiari, ed invece eccomi qui. L’amore, spesso e volentieri, fa fare cose che prima si consideravano impossibili, e cambia molti punti di vista.
E quindi, quest’estate, mi ritrovo in questa specie di campeggio familiare, in un’isola avulsa dal resto del mondo, come ogni componente della mia famiglia da tre generazioni. Mio padre era ancora un bambino quando mio nonno comprò casa qui, casa che dopo 40 anni di vicissitudini è diventata questo spiazzo di terra secca occupata da roulotte e qualche sparso gazebo.
Ma dopo tutto questo tempo ogni cosa è impregnata dall’essenza bizzarra, eccentrica e surreale della mia famiglia, con la sua tradizionale mania di non buttare via niente e di riciclare ogni cosa per costruire quello di cui si ha bisogno. Questo luogo è il vertice a cui è arrivato lo spirito di adattamento applicato ai B..
E’ immerso nel verde, con viottoli di ghiaia prelevata chissà dove, circondata da aiuole fatte con sassi presi in fondo al mare. Un gazebo per la sala da pranzo, ornato al suo interno da cestini di vimini polverosi, conchiglie secche, calendari precedenti il 1990; scene simili si ripetono per la cucina e il bagno, mentre l’enorme camino da barbecue è stato costruito da enormi mattoni cementificati. Le erbe aromatiche vengono fatte crescere in vasche da bagno, riutilizzate dopo aver accantonato il progetto di allevare struzzi, mentre la rete di confine (forse “presa in prestito”) è stata ornata dai cerchioni che le auto perdono nelle buche della strada di fronte, ed esposti come trofei impagliati.
Ma tutto questo appartiene al mondo esterno, ora, allo spazio che c’è oltre la porticina della roulotte da me stupidamente chiusa dall’interno, così che nessuno possa venire in mio soccorso. Non che questa sia una concreta possibilità: dormono tutti, a quest’ora della notte, lasciandomi al mio destino. Ma io mi rifiuto di cedere e di addormentarmi, perché troppa è la paura per accettare il sonno.
Le sento fremere nei muri, vibrare e rosicchiare nelle intercapedini: formiche, formiche ovunque che lentamente invadono la mia roulotte entrando da ogni buco che trovano. Alla testa di questo esercito brulicante vi sono i ragni, con le loro tele e le molteplici zampe, come astuti generali che mandano in ricognizione aerea il massiccio dispiegamento di cimici, falene e zanzare di varie dimensioni. Le immagino premere contro i vetri di plexiglas, alla ricerca di ogni fessura a disposizione, oppure sul soffitto che ricercano avide il sangue fresco, come i vampiri. Di tanto in tanto, qualcuna riesce nell’intento: sfreccia sul pavimento, scomparendo sotto al letto, o cadendo dall’armadietto sulle mie lenzuola.
Ora mi ricordo il motivo per cui odiavo questo posto, da ragazzino: la mia assoluta incapacità di fronteggiare la natura più terragna e primordiale, le paure di fronte ad una notte che sputa fuori esseri che, seppure innocui, suscitano orrore e disgusto. Loro sono tanto, io sono solo; loro sono gli incubi, e io non posso stare sveglio per sempre.
Sono tornato alle stesse sensazioni di rifiuto che provavo quando, da adolescente, mi sono ripromesso di non ritrovarmi mai più nella stessa situazione di impotenza. Ma ora che sono venuto meno alla parola data, non mi farò cogliere impreparato: sono pur sempre l’ultimo della famiglia B., per cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma.
Così, armato del mio ingegno e dei miei punti di forza, getto via il nastro isolante e ormai finito con cui avevamo cercato, futilmente, di tappare le falle. Prendo il quaderno, il mio quaderno, e comincio a strappare i fogli: non quelli bianchi, troppo preziosi per non utilizzarli in futuro, bensì quelli già scritti. Straccio le brutte copie dei mie post precedenti, facendone larghe strisce e usandole poi per chiudere i buchi e le fessure sopra il letto. Una dopo l’altra, le via d’accesso per le formiche vengono bloccate dalla mia scrittura piccola e grigia. Tappi di carta, provvisori ma efficaci, vengono piazzati nei punti strategici e, una volta compiuta l’opera, osservo vittorioso l’interno della roulotte tappezzata di fogli.
Ho vinto le mie paure e il mio passato e l’ho fatto, cosa più importante, con le mie armi. Così, avvolto dalle mie stesse parole che mi proteggono come un guscio da me creato, trovo la tranquillità per chiudere gli occhi, rilassarmi, e scivolare nel sonno.
Alcuni pensieri, alle 02:57
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mercoledì, 13 agosto 2008
Scritto il 25/07, dopo le due di notte, in un punto imprecisato del Mar Tirreno
Il mio modo preferito di scrivere è quello che parte dalla realtà concreta, da un fatto vissuto o da un’esperienza ricordata e filtrarla attraverso il setaccio delle mie parole. Mi piace giocare con la sabbia bagnata degli avvenimenti, che modello con il tocco della narrazione, e che mi permette di costruire i miei castelli, dalla terra del reale alle nuvole dell’immaginario. Perchè quanto mi piaccia viaggiare con la fantasia, scrivere l’irreale e descrivere il possibile, parto sempre da un momento concreto, che come una tessera di domino dà l’avvio alla voglia di prendere carta e matita, fissare su un foglio cosa sta succedendo, e dischiudermi la porta dell’ispirazione.
E’ difficile trovare i momenti giusti, e a questa difficoltà si devono le lunghe pause tra uno scritto e l’altro, in attesa della giusta combinazione di eventi. Certo, ci sono ricorrenze, e chi legge questo blog se ne sarà accorto da un pezzo. Amo scrivere di città, perché spesso le loro diverse atmosfere mi ispirano emozioni diverse: Modena, Torino, Bologna, Argenta, Milano, Roma. Ho scritto di ricordi, di poesie mie e altrui, di paure mie, di debolezze mie, di progetti miei. Ho scritto di parole, di pensieri. Soprattutto, ho scritto di viaggi, tema che contiene un po’ tutti gli altri, e per la precisione dei viaggi in treno perché è e resta il mio mezzo di trasporto preferito.
Ma non per questo post, non questa volta. L’ispirazione mi viene da un altro modo di viaggiare, da un altro elemento che non è la solida terra su cui corrono i binari né l’invisibile aria su cui innalzo i miei pensieri e ricordi.
”Sono passati otto anni dall’ultima volta che ho messo piede su una nave, su questa nave; oltre che allo scrivere, questo post celebra un secondo ritorno, quello in mare. Tra poche ore sbarcherò in un porto che rivedo ancora con gli occhi da ragazzino, e ammetto di provare una punta di paura se pensi che quegli occhi, come l’intera persona dietro di essi, sono cambiati radicalmente.
Ma non è l’arrivo, con i suoi timori e le sue aspettative, a spingermi a scrivere; ci sarà tempo e pagine in futuro per quel confronto. Come per il treno, anche su una nave il tempo è dilatato, e il viaggio si riduce ad un’immensa pausa tra due punti geografici, un vuoto che termina soltanto quando ci si ferma, non un secondo prima. E, a differenza dell’aereo, il treno e la nave permettono di vivere, di percepirlo sulla propria pelle e attraverso i propri sensi.
Così, nel cuore della notte, mi alzo dal piccolo e scomodo divano, per uscire sul ponte e godermi la poco familiare sensazione del mare di notte. Non sono l’unico, a quanto pare, a farlo: alcune singole figure sono appoggiate alla ringhiera, lo sguardo verso l’orizzonte invisibile, a contemplare la distesa d’acqua. Qualcuno ascolta la musica, conciliando due tra i più bei piaceri della vita, altri passeggiano, altri ancora si siedono o dormono sulle panche, ma nessuno parla, come fossimo in una chiesa in cui rispettare il rigoroso silenzio. C’è un vento freddo e tagliente, che spazza il ponte e investe coloro che escono dal corridoio, scompigliando i capelli e facendo lacrimare gli occhi. Esso mi porta, oltre al gelo, il profumo della salsedine e l’odore aspro del legno e del metallo laccato della nave, e del combustibile bruciato dalla grande ciminiera fumosa.
Oltre il parapetto, l’acqua è nera e pressoché informe, tranne che per le piccole onde bianche create dal movimento della nave. Ma presto anche queste si appiattiscono e scompaiono, uniformandosi con il resto del mare scuro, che a sua volta si immette nel cielo notturno formando un’unica e impenetrabile cortina che nessuna luce riesce a scalfire. Sembra il fondale nero di un teatro, su cui la nostra si muove come fosse una sagoma di cartone, tanto che il suo rollare e vibrare potrebbe essere solo un’illusione scenica e nessuno di noi se ne potrebbe accorgere. Io, appoggiato con i gomiti sulla balaustra, non riuscirei di certo.
Scruto come gli altri il cielo-mare alla ricerca dell’orizzonte. In un punto indefinito davanti a me, una luce gialla segnala la presenza di un peschereccio, ma in questa tenebra viscosa può essere scambiata come il riflesso della stella polare, che brilla nel reticolo di costellazioni sopra la mia testa, più vivide che mai ora che le luci di ogni città sono lontane.
Mi muovo, perché non amo stare fermo in un solo posto, e percorro il ponte verso il fondo della nave. La sua lunga scia è visibile fino a dove le luci artificiali riescono a spingersi: una strada bianca e schiumosa è l’unica traccia del nostro passaggio. Non saprei dire quanto durerà, dopo che saremo passati, e quanto impiegherà la calma liquida del mare a riconquistare questo tratto violato dall’uomo e che nulla ha da spartire con il resto color della pece che ci circonda. La scia è azzurra e bianca, come se le eliche oltre che a muovere l’acqua la illuminassero, e in perenne movimento quasi bollisse: dà l’idea di essere tanto densa che, se fossi abbastanza coraggioso, potrei camminarci sopra e tornare a ritroso fino alla terra ferma.
Ma questo spettacolo ha anche un qualcosa di macabro, innaturale, perché il contrasto tra il mare e l’acqua mossa dalla nostra presenza è netto e violento, come tagliato dalla lama di un coltello. E’ un bene, forse, che dopo poche decine di metro essa scompaia.
Mi sposto ancora, verso le scale e il ponte più alto da cui si può spaziare con lo sguardo in quasi tutte le direzioni. Ed è grazie a questa apertura che noto un particolare che mi era sfuggito: il quarto di luna che, basso sull’orizzonte, illumina l’acqua trasformandola da petrolio in oro. E’ solo una minima porzione, quella che luccica ad un orizzonte ora visibile, eppure basta a suscitare fantasie di balene affioranti e galeoni in navigazione, scorsi di sogni infantili resi possibili da uno scenario fiabesco.
Comincia a fare freddo, la mia felpa non basta più contro il morso del mare aperto. Così torno al bar della nave, passando attraverso corridoio silenziosi che, con l’acre odore di vernice e disinfettante, mi riportano alle notti passate da bambino nelle cabine.
Il bar è semideserto, e quasi tutti dormono. Dorme anche lei, stesa sul divanetto e con la coperta fino al mento. Trascino una poltrona accanto a lei, lasciandola dormire ancora per qualche ora. Il mio sonno invece è scomparso, sommerso dall’ispirazione e dalla voglia di scrivere. Passeranno due settimane prima che riveda un pc, e forse per allora avrò perso la voglia di pubblicare quanto sto scrivendo. Ma per ora, carta e matita basteranno per costruire quest’ultimo castello di sabbia e acqua, su cui imprimerò il ricordo di una notte sospesa in viaggio.
Alcuni pensieri, alle 03:01
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mercoledì, 11 giugno 2008
E' corso via appena in tempo, il conducente dell'automobile ferma a pochi passi da casa mia. Mi sono affacciato giusto per vedere alla finestra la fine della sua fuga, attirato dalle grida concitate che risuonavano nella quiete innaturale di questa sera, mentre gli italiani spegnevano il televisore. Dall'abitacolo si è lanciato prima a terra, spalancando lo sportello, poi si rialzato subito arrancando per riguadagnare l'equilibrio e trovare riparo oltre le aiuole, dove i ragazzi che di solito gozzovigliano al bar gridavano allarmati.
Alle sue spalle una densa colonna di fumo nero si alzava torva e greve dal cofano, accompagnata nel suo aggrovigliarsi da sonori fischi e colpi di tosse. Attenti, attenti, qui esplode tutto, e per quanto la mole degli edifici mi impedisse di vedere le reazioni effettive degli improvvisati spettatori me li sono immaginati perfettamente, accucciati al suolo tra i tavolini del Garden Bar, per proteggersi dall'imminente scoppio del serbatoio.
Intanto, fiammelle rosse e arancioni cominciavano ad uscire come dita scheletriche tra le fessure del veicolo, desiderose di aria, desiderose di cielo. Grida ulteriori hanno fatto sterzare all'improvviso le poche macchine che pigre percorrevano quel tratto di strada, tratto nevralgico del pur piccolo paese, disperdendole nelle vie minori. A parte qualcuno che, troppo spaventato e incerto sul da farsi, correva all'impazzata allontanandosi dall'auto in fiamme, la strada era totalmente deserta. L'aria stessa era ferma, illuminata sempre più dal fuoco che cominciava ad attecchire anche sui sedili e a sporgersi dallo sportello aperto, finendo per far impallidire la luce bianca e anonima dei lampioni. Le grida si erano abbassate, come se la gente per strada trattenesse il fiato, ed anche noi alla finestra ci eravamo ritratti, timorosi dell'esplosione che, sentivamo, era ormai prossima.
Difficile dire cosa succeda alle percezioni in quei momenti. Sembra di vivere in un climax ascendente, in una costante escalation che ci fa vibrare i sensi sino al momento culminante, l'apice di tutto in cui il resto pare annichilirsi e perdere di importanza. Come davanti ad un baratro, essere sull'orlo di un evento preannunciato come può essere nell'immaginario collettivo l'esplosione di un auto in fiamme azzera il mondo che ci circonda. Gli occhi sono fermi sul fuoco che si alza sempre di più, fondendosi con la carcassa di lamiera, l'udito è teso a cercare di captare ogni suono sospetto, e il cuore batte lentamente, scandendo il ritmo fino a due attimi prima del "boom". Due attimi, perchè prima del "boom" c'è un istante di assoluto silenzio, in cui ogni cosa si ferma: ogni movimento, ogni suono, ogni pensiero.
E, poi, l'esplosione.
O almeno, questo era quanto ci aspettavamo.
Tutto è andato come doveva, le fiamme erano sempre più imponenti e sicure nelle loro fondamenta, ogni rumore a parte il crepitare era cessato, e tutti noi spettatori più o meno lontani eravamo fermi. Ma invece di uno scoppio fragoroso c'è stato soltanto un lungo fischio di aria sfiatata, e un piccolo botto soffocato come quello di un petardo gettato in mezzo alla strada. Non c'è stata alcuna esplosione, nè onda d'urto, nè pezzi di automobile lanciati in tutte le direzioni alla maniera di una granata cluster: la macchina ha semplicemente sussultato, come suo ultimo respiro, e una vampata calda e rossa ha sventrato la fiancata laterale segnalando che il serbatoio aveva infine ceduto.
Libere di proseguire senza più ostacoli ma anzi con rinnovato combustibile, le fiamme si sono così potute innalzare fino a lambire le finestre del secondo piano, e avvolgendo quanto restava del veicolo in un gomitolo di fuoco. Vittoriose, avevano perso la loro vivacità come un animale sazio che si attarda sulla preda già abbattuta: erano statiche, e l'unico movimento concesso era quello verso l'alto.
Così gli spettatori più coraggiosi hanno fatto capolino dai loro ripari di fortuna, per avvicinarsi sia pur prudentemente al rogo, altri invece si sono allontanati, tanto per non giocare con il fuoco.
Ma appurato che ormai quel fuoco era innocuo, per quanto maestosamente teatrale, nessuno più si nascondeva ma anzi la gente scendeva in strada per accertarsi di persona dei fatti. Abbandonata la paura, ognuno ha voluto fare sfoggio della propria sicurezza e del proprio coraggio, improvvisando posti di blocco per transennare la zona a rischio e urlando esagitati alle macchine di arrivo di spostarsi. Gesticolanti e fieri del proprio sangue freddo, i beoni del bar smistavano il poco traffico notturno (e tutt'altro che miope) così da potersi vantare il giorno dopo del loro ruolo attivo durante l'emergenza. Anziani omarelli erano scesi dai loro condominii con le braccie dietro la schiena, con la scusa di fare due passi nella calura estiva, incrociando giovani coppiette con la maglia dell'Italia che, dopo la partita, si dirigevano verso l'auto lasciata nel parcheggio qui accanto. E' arrivato addirittura il "giornalista di Argenta", chiamato non si da bene da chi, che incurante dei gesti frenetici delle pattuglie di sfaccendati si è lanciato oltre le transenne con la sua bicicletta così da essere in prima linea e, con un po' di fortuna, far comparire la sua cronaca sulle copie di domani mattina. Poi, con tutta calma, sono arrivati prima i carabinieri poi i pompieri, quando ormai tutto stava finendo.
Nessuno più aveva paura delle fiamme, ormai stabili nella loro altezza, che divampavano sopra il tettuccio dell'abitacolo; da evento straordinario, esso stava lentamente venendo assimilato alla vita lenta e morta del paese. Gli spettatori, ormai un gruppetto massiccio sotto casa mia, nel guardare l'auto o quello che ne restava scambiava due chiacchiere, o pareri sulla Nazionale; alcuni ragazzini facevano le piroette sulle loro bici per farsi vedere dalle ragazze sedute sui marciapiedi a bisbigliare.
Così le fiamme potenti e ancestrali sono state gradualmente declassificate, e dopo neanche mezz'ora di spettacolo erano ormai uno scenario suggestivo privo della forza primordiale che, all'inizio, aveva fatto trattenere a tutti il fiato. Il gruppetto di astanti si è disgregato via via, anche mentre l'acqua dei pompieri dissolveva l'incanto di quel fuoco tenace, mostrando lo scheletro dell'auto morta, e soltanto i bulletti del bar sono rimasti con la scusa del posto di blocco a testimoniare la fine delle ultime fiamme domate dal getto d'acqua.
Nessuno più, tranne io ovviamente che ora sto scrivendo qui, guardava infine quello che restava delle lamiere contorte mentre venivano issate sul carro-attrezzi, lasciando Argenta uguale a come è sempre stata, se non per l'acqua riversata sull'asfalto e che domani il sole cancellerà del tutto.
Alcuni pensieri, alle 23:10
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venerdì, 30 maggio 2008
Doveva essere una notte come un'altra, quella appena trascorsa, come da qualche tempo a questa parte ne sto passando. Mi abbandono alla lenta indolenza di un'estate che comincio ad assaporare, e che sebbene ancora lontana mi piace anticipare in questi giorni di fine maggio.
Io, il pc, la mia stanza: non avevo previsto nulla di diverso dal solito, tutto era apparecchiato come di consueto, tutto scritto nel solito copione che mi piace ripetere fino allo sfinimento. Non è una vita anonima la mia, no di certo, anche se mi diverto a mascherarla come tale. E infatti la serata, come sempre, è iniziata tranquilla, lenta, indistinta e si sarebbe aggiunta al novero che, nella mia memoria, si accavalla e si dissolve senza lasciare particolari tracce sulla mia esperienza.
Avevo lasciato la finestra aperta, per lasciar circolare l'aria altrimenti ferma e pesante, segno che non sono solo io a sentire l'estate iniziare ma anche questo clima impazzito, che stasera s'appiccicava alla pelle e mi seccava la gola. Da essa entrava quell'unico refolo di brezza che come una mano tesa si allungava verso di me, abbassandosi fino al livello delle caviglie nude.
Io, seduto al pc, continuavo a scrivere come sempre, come tutte le sere, giocando a nascondino con la mia fantasia. L'unico rumore percepibile era il mio battere sulla tastiera, veloce e incalzante, e mi piace pensare che quel suono fosse l'unico suono percepibile nella strada deserta e buia, portato dal silenzio innaturale sceso insieme alla notte fonda, così come la mia finestra è la sola illuminata fino all'alba.
Ma se io non avevo programmi, per la serata, che non fosse quello di godere della mia tranquillità fisica e mentale di questo periodo illuminato, la città sembrava non pensarla allo stesso modo. Ed è entrata dalla mia finestra, all'inizio sotto la forma di una tenue canzone, che si è accavallata al mio scrivere e mi ha fatto alzare il capo, perplesso.
Sembrava fosse una radio accesa, una di quei cretini che, nel cuore della notte, sfrecciano per le strade vuote con la musica alzata per farsi notare, e come tale l'ho interpretata. Ma la canzone non passava, nè si fermava; anzi persisteva, e la sua fonte era perfettamente statica.
Mi sono affacciato, ovviamente, perchè ogni cosa nuova in questo mondo merita attenzione, e come me altre decine di teste lungo la via sorprese dal risveglio inaspettato. Abbiamo impiegato poco a riconoscere la natura della canzone, che intanto finiva e ne lasciava posto ad una seconda: gli altoparlanti del Comune, che di solito vengono utilizzati per la fiera cittadina, riversavano nelle strade vuote musica nuova e vecchia, incurante della pace e dell'orario.
Molti gli insulti, altrettante le risa per questo fatto straordinario, ma dopo pochi istanti tutti si sono chiusi la finestra alle spalle e hanno cercato di prendere sonno nonostante tutto. Tutti, tranne io, piacevolmente colpito dall'improvvisazione sul mio tema della "notte tranquilla".
E così eccomi, lontano per qualche momento dal pc, che mi sporgo dalla mia finestra illuminata a guardare la strada buia e vuota di persona, ma riempita dalla musica diffusa da un qualche computer impazzito. "Luci bianche nella notte.. sembrano accese per me.." cantava Giuliano Palma dagli altoparlanti disseminati negli angoli o sui pali, e quelle parole rendevano la scena ancora più assurda, quasi fosse Argenta stessa a parlare direttamente a me, suo unico spettatore in questo show. "Tutta mia la città.. un deserto che conosco..."
Sì, la conosco bene la mia città, anche se la odio e l'amo, tanto da gustarmi la sua voglia canterina che anima vie deserte. Era una scena surreale, che mi ha riportato alla mente le immagini di villaggi fantasma che si risvegliano solo al calar del sole, o di luoghi svuotati alla Lost o alla Stephen King in cui sinistre canzoni emergono dal nulla e atterriscono gli avventurieri. Come nelle favole dove i giocattoli vivono di notte, quando nessuno li vede, e i folletti emergono dalle loro tane, il paese si scuoteva dalla sua immagine inanimata. Ma nulla di tutto questo mi intimoriva, perchè la città è (era) tutta mia, e le sue luci e le sue voci sono accese per me.
Sembrava quasi che avesse voluto adattarsi ai miei ritmi, ai miei orari, e proseguisse la sua vita di notte come me anzichè prendersi il giorno per le sue faccende; la sua musica del giorno di festa continuava impazzita, in un carosello di canzoni, a cercare invano di svegliare i dormienti e trascinarli in strada, a ballare con lei, a farsi vivere senza sosta anche dopo che è passata la mezzanotte.
E mi stavo già abituando all'idea di condividere con la città il mio tempo notturno, e farle compagnia nel suo canto solitario, che una voce ancora più possente ha coperto le note della canzone: il cielo, disturbato dall'improvvisa attività sotto di lui, ha tuonato a lungo e rumorosamente, brontolandosi come un vecchio il cui sonno è stato interrotto per futili motivi. E di seguito una pioggia battente, scrosciante ha invaso le strade, sedando il tentativo di capovolgere la consuetudine di una città troppo desiderosa di vivere.
Io e lei, la mia città che conosco, ci siamo nascosti come due ragazzini che, scoperti dal contadino a rubargli le ciliegie, scappano e si rifugiano nella cantina trattenendo il fiato. Io ho chiuso la finestra, per evitare che camera mia si allagasse, e mi sono rimesso a computer, e Argenta è tornata silenziosa, abbassando il volume del suo canto e tornando a fare la seria cittadina addormentata.
Quando il brevissimo acquazzone è terminato, ho infilato alla testa all'esterno, come a spiare dalla fessura della porta per controllare se il custode è ancora nei paraggi; il cielo era tornato tranquillo, e l'aria si era rinfrescata. Ma della voce della città nessuna traccia, la musica era scomparsa, e a guardarla adesso sarebbe sembrato che niente fosse successo.
Non è così, ovviamente, anche se sono l'unico a saperlo; gli altri che si saranno svegliati l'avranno interpretato per un errore di programmazione, o un atto sovversivo. Poco male, la città resterà tutta mia. E io aprirò la finestra un po' più spesso, così che la brezza notturna mi porti la sua voce che suona quando tutto il resto del mondo dorme...
Alcuni pensieri, alle 03:20
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Ho aperto la finestra davanti a me, perché non mi piace viaggiare in una scatola. Quando mi muovo, se mi muovo, voglio farlo con tutti i sensi bene all’erta, e non sotto una campana di vetro utile solo a tenere fuori il mondo – quando proprio il mondo è l’unico compagno di viaggio degno di questo nome.
Forse è per questo che non amo viaggiare in aereo: i suoi finestrini simili a francobolli rendono le cose troppo distanti per essere apprezzati. Intendo distanti in senso ampio, metaforico: a vederle da quel punto d’osservazione, per quanto privilegiato, sembrano una graziosa cartolina, un documentario del National Geographic visto oltre il vetro del televisore e nulla più. Viaggiare in aereo, e negli Eurostar dai vetri incollati, è troppo simile alla visuale che dovevano avere i pesci che tenevo nell’acquario quando ero bambino, e nulla mi vieta di pensare che il paesaggio che mi scorre davanti non sia altro che un fondale in movimento come nei vecchi film degli anni ‘50.
Per questo ho sentito il bisogno di far scorrere il pannello carico di sporco verso il basso, incurante delle sue resistenze e dello schiaffo dell’aria, perché era proprio quest’ultimo che cercavo così da poter avere la viva testimonianza che quello che vedevo dal treno non era un semplice fondo di cartapesta, uno schermo illuminato. Così, incurante della velocità estrema a cui il convoglio era lanciato, ho fatto entrare il vento che, convogliato nello stretto corridoio tra gli scompartimenti come fosse una tempesta in miniatura, mi è passato addosso investendomi.
Mi è sembrato di essere solo, nel corridoio, ma se qualche curioso avesse sbirciato da dietro le tende dei molti scompartimenti chiusi, avrebbe probabilmente pensato che quel ragazzo alto e secco difficilmente sarebbe riuscito a restare in equilibrio. Più probabilmente il vento da pugno sarebbe diventato presa, e mi avrebbe trascinato via con sé, fuori dall’ultimo finestrino e poi verso l’orizzonte.
Ma così non è stato, sono rimasto in piedi sia pure un po’ malamente, appoggiato com’ero con la schiena contro la porta serrata dello scomparto a cui avevo affidato la mia borsa. Retto l’urto, ora che la barriera del vetro era rotta, il vento mi ha affidato tutti i suoni e i profumi che il paesaggio gli ha affidato, a lui che è il migliore dei messaggeri.
Sommerso da quell’aria fredda piena di odori, quasi non respiravo più, come se gli stimoli avessero occluso il naso. Coglievo profumo di erba alta, verde e ricca, di alberi di mille specie diverse e di fiori colorati, tutti fusi assieme. Qualcuno, da qualche parte nei campi, doveva aver acceso un fuoco per le sterpaglie perché l’odore di legna bruciata mi solleticava il palato, seccato dall’aria, ed insieme ad esso mi arrivava il puzzo acido dei freni tirati del treno in prossimità di una curva.
Con gli occhi che mi lacrimavano vedevo l’erba delle colline di smeraldo agitarsi per via del vento che ci passava attraverso nella sua folle corsa verso di me, per portarmi quel tesoro. Riuscivo a scorgere ogni stelo danzare, e ogni ramo inchinarsi al passaggio di quel turbine, e ogni albero della foresta stretto tra le dita dei calanchi. Fiumi scortati nella loro marcia da salici e pioppi, pendii ricoperti da alberi barbuti, ruderi raggiunti solo da strade invisibili che si arrampicano su scarpate argillose.
Nel cielo grigio e azzurro le nubi erano lunghe strisce disgregate e sovrapposte, a formare una rete troppo alta per avere una qualche relazione con noi, eppure anche loro venivano e vengono mosse da quella stessa spinta che mi suggeriva quel grandioso affresco. Anche il sole, avviato verso la fine del suo tragitto dietro le colline, mi sembrava più vivo tanto che per quanto pallido esso fosse (tanto che potevo guardarlo senza fatica) ne sentivo il chiarore sul volto.
Ho sempre amato questi paesaggi, sin da quando li ho visti nella mia prima traversata della Toscana ormai tre anni fa, e tre anni e mese a voler ricordare bene. Ora come allora ne ho ammirato i colori vivi, le curve morbide e sensuali, i clivi disseminati di case e alberi, e la primavera che incombe su tutto.
A pensarci ora, arrivato infine a destinazione, forse avrebbe avuto ragione quel misterioso osservatore da dietro la tenda (un bambino, mi piacerebbe fosse stato, o una vecchia vedova sognatrice). In fondo la folata di vento mi ha veramente rapito, preso e portato fin quasi al cielo, anche se non con arroganza bruta ma con la gentilezza di un tappeto volante. Su di esso sono salito, e mi sono conceduto un piccolo viaggio nel mondo circostante, quasi l’avessi perso dietro troppi finestrini di troppi treni. E di quel viaggio nel viaggio, questo è il resoconto.
Il tempo è fermo, qui.
Dietro di me la città, davanti ho l’orizzonte coperto da alberi e fronde; in mezzo, il fiume scorre lento e stanco, troppo vecchio per correre sul suo sentiero.
Sono seduto sulla cima dell’argine, questa piccola montagnola di erba e sassi, e penso. Le gambe rivolte verso il greto del fiume, con le scarpe appoggiate ai gradini di pietra consumata dal tempo. Incurvato in avanti, tengo le braccia sopra le ginocchia alte e le mani strette l’una nell’altra. Di tanto in tanto le stacco, mi accarezzo i palmi nudi, oppure seguo con le dita (quelle dita che ieri non volevano toccare nulla) le scanalature incise nella pietra della scala che segnano il livello dell’acqua durante le inondazioni. Sono tacche ormai inutili, dato che il fiume scivola lento nel fango, ed io seguo con lo sguardo il movimento dei rami e delle foglie che la corrente trascina a valle.
La città è dietro le mie spalle, le rivolgo sdegnosamente la schiena. I rumori sono ovattati, i motori troppo distanti per impensierirmi; o forse sono io, ad essere troppo distante, con la mente e con il corpo. Mi raggiunge invece lo stridio dei gabbiani, disturbati dal volo di un airone sopra la mia testa, mentre un gallo da una fattoria vicina ripete il suo verso. Il vento mi porta i richiami festosi degli uccelli, tornati dopo la pioggia sulle cime degli alberi potati, ed io ascolto con gratitudine le note di chi trova un motivo per essere contento.
Attorno a me, il vento accarezza l’erba coperta di gocce ancora fresche della prima pioggia di primavera. Il cielo è ancora coperto di nuvole grigie e spesse, una coperta tumultuosa che soltanto di tanto in tanto lascia intravedere chiazze di piombo più chiare. Non c’è sole oggi, non è una giornata per il sole questa. Ma una sensazione di pace mi trasmette questo vento odoroso di una pioggia che ormai è passata – la quiete dopo la tempesta. L’aria è gelida, ma tranquilla, come tranquilla è la distesa di nembi sopra di me: non c’è minaccia nel suo colore, né nel suo ammasso informe, ma anzi una pacata compassione per le cose terrene come fosse un velo che tutto congela, tutto ferma. Di tanto in tanto, mi cade una goccia sul viso… niente più che una lacrima, un’algida carezza celeste nei miei confronti. Non ho paura che piova: lo farà, se così deve essere, ma ho un’inaspettata fiducia nel mondo.
E’ una bella giornata, per piangere. E’ la giornata giusta per farlo, con la sua calma imperturbabile, la sua fredda serenità. Ed è anche il luogo adatto per abbandonarsi a lunghi singhiozzi solitari, così vicino alla città eppure così lontano, così distaccato da tutti e da tutto. Mi trovo come in un’altra dimensione, una bolla sospesa nel tempo e nello spazio, invisibile ad ogni altro sguardo. L’unica persona che ho visto, da quando sono qui sulla cima dell’argine, è un signore di mezza età impegnato nel suo footing settimanale: non mi ha neanche guardato, perché non poteva vedermi nonostante mi sia passato a pochi centimetri di distanza.
Sono fuori dal mondo, ora. Il tempo è fermo, ed io sono fermo insieme a lui. L’unico movimento che vedo è lo scorrere dei legnetti sulla corrente del fiume, ma anche questo è un movimento ciclico, come una pellicola che continua a ripetersi e a riavvolgersi su se stessa. Mi sento sicuro, mi sento protetto. Mi sento in grado di poter piangere la morte di qualcuno senza timore di essere udito o visto. Soltanto il cielo può farlo, ma il cielo è disinteressato. Quello di oggi è un buon cielo a cui donare la propria rassegnata tristezza, di fronte alla morte… tanto più quando essa è appena venuta e ha lasciato dietro di sé un piccolo vuoto proprio qui, accanto al cuore.
Il tempo ci conduce verso di essa, e trascorre implacabile, sornione, ma senza malizia: tutto ci parla del tempo, il tempo ci parla attraverso tutto. Non riusciamo mai ad afferrarlo, ma lui afferra noi; eppure questa frustrante crudeltà è l’ordine naturale delle cose, e credo che paradossalmente la sua presa sia la più gentile e dolce che esista nell’universo.
Il tempo è come il fiume che i miei occhi hanno davanti, ma che non vedono. Scorre lento, verso valle, e ci trasporta con sé come rami secchi, fino a quando qualcuno di noi non scompare del tutto sommerso dai suoi flutti, avvolto dalle sue morbide pieghe misericordiose. E’ un mistero, quello che succede, il più grande mistero che l’uomo debba fronteggiare in questo strano mondo. Veniamo inghiottiti dai mille vortici della corrente, e scompariamo – forse per sempre, forse soltanto per un minuto. Ma quando succede, quando succede vicino a noi, sembra che il tempo stesso si fermi… come qui, come ora, come alle 11.02 di oggi.
L’avete percepito, il sussulto del tempo?
Mi piace pensare che, quando una vita si spegne, chi gli è vicino può sentire il tempo spegnersi a sua volta per una frazione di secondo. E’ solo un attimo, un battito di ciglia, un’onda del fiume che s’alza e s’abbassa come un respiro udibile soltanto da chi ha l’orecchio teso. E’ una piccola sfasatura nella realtà, che interrompe per un istante il cadere delle gocce di pioggia, che ferma la rotazione di quella foglia appesa ad un filo invisibile di ragnatela. Succede milioni di volte in un giorno, ma soltanto quando è vicino a noi possiamo accorgercene: come quando, nel cielo notturno, è solo grazie ad un dito puntato che riusciamo a riconoscere le sagome delle costellazioni nell’ammasso di stelle sopra di noi. Forse è il passaggio verso un altro mondo, forse è semplicemente un grammo di esistenza che si dissolve: ma è una piccola scintilla elettrica che fa trattenere il fiato, che fa saltare un singolo battito del cuore.
O forse, più probabilmente è solo una mia fantasia. Da migliaia di anni ci interroghiamo sulla vita e sulla morte, e non sarò di certo io a porre l’ultima parola in proposito. C’è chi crede in un’altra vita, come se di questa non ne avesse già abbastanza; e non mi stupisce che mia sorella mi abbia sussurrato che in momenti come questi preferirebbe avere qualcosa in cui credere. C’è chi razionalizza tutto, nel tentativo di mascherare la paura e il dolore, adducendo ad un fantomatico ed anestetico “ciclo della vita” che vorrebbe essere di conforto.
Io non so bene a quale categoria appartengo. Forse la mia è una via di mezzo, per creare una rete di salvataggio su cui cadere e rimbalzare, attutire una caduta verso domande senza risposta, basata sull’immaginazione più che sulla fede o sul puro pensiero.
Così, seduto sul mio argine, non ho potuto fare altro che guardare il fiume, lasciando libera la mente di veleggiare su di esso senza i limiti imposti dalla ragione. Il tempo stesso me l’ha permesso, come se il cielo benevolo avesse interceduto per me, e come una fiera addomesticata si è fermato per lasciarsi sfiorare per un solo istante – un istante durato quasi un’ora. E mentre lo facevo, avvolto nella mia bolla immaginaria in una delle mie tante dimensioni fuori da quella reale, ho pianto e ho sorriso insieme.
Era una bella giornata per fare entrambe le cose.
La tintura nera se n’è andata quasi subito, sotto l’acqua bollente di quel bagno deserto. Ho dovuto strofinare per bene, per togliere quelle macchie che mi ungevano i polpastrelli, approfittando della saponetta intonsa e di un detersivo per piatti annacquato. Una nuvoletta di vapore si è alzata dal lavandino, mescolata alle bolle di schiuma del detergente, solleticandomi le narici.
Il carabiniere annoiato, che sostava sulla porta, ha alzato le spalle e con accento napoletano mi ha avvertito: “Scrollati le mani, non c’è più carta”. La cosa non mi ha turbato molto, considerando che sedici anni di scuola pubblica mi hanno insegnato che nei bagni non c’è mai carta, soltanto i propri vestiti su cui asciugarsi.
Sono stato frettoloso a lavarmi le mani, lo ammetto, ma volevo stare il meno possibile lì sotto, in quel piano deserto eccezion fatta per noi due. In ogni caso ho cercato di essere il più accurato possibile, e non per l’avvertimento del maresciallo sulla resistenza di quella tinta sui vestiti: la sola idea di avere le dita sporche di nero mi dava un inspiegabile tuffo al cuore.
Non che io abbia fatto qualcosa di male, ci mancherebbe. Anzi, a ben vedere dando le mie impronte ho fatto il mio dovere di bravo cittadino, fornendo rilievi che potrebbero incastrare quei morti di fame che mi hanno rubato l’auto qualche settimana fa. Eppure non sono riuscito dimenticare la gelida sensazione che dalle punta delle dita mi arrivava fino alla spalla. Né riesco ora che, proprio con quelle dita, sto scrivendo a computer.. chissà quante impronte digitali lascio ogni giorno su questa tastiera.
A crearmi quella punta di disgusto non è stato tanto il contatto fisico con quella lastra nera come la notte, su cui mi hanno posato le dita di ogni mano per due volte; di per sé, era come toccare un pezzo di ferro. Era piuttosto l’idea di quanto stavo facendo, a turbarmi profondamente. Era la consapevolezza che quei calchi più chiari sopra la tintura nera, come morsi in una barretta di liquirizia, erano le impronte della mia mano. Su quelle schede, che ora sono in un qualche database dei carabinieri, ci sono le mie dita. C’è, in fondo, la mia identità.
E’ un pensiero stupido, in fondo. I miei dati personali sono su tante schede, schedine, foglietti di cui ormai ho perso il conto: il mio portafoglio trabocca di cose che portano la mia identità, e mi basta perderlo per far girare nel mondo tutto ciò che mi riguarda.. per non parlare di fatture ordinate, siti internet a cui sono iscritto, bollettini postali che viaggiano lungo linee sconosciute dell’Italia.
Però non è la stessa cosa. Non è un foglio di carta, quello che ho consegnato facendo il mio dovere di bla bla bla, né è il mio numero di cellulare detto a voce alta quando al bar mi faccio fare una ricarica. E’ la mia carne che ho dato in pegno, la forma più intima e sconosciuta di me stesso: nessuna la conosceva, oltre a me, neanche mia madre o la mia ragazza.
Ho anche pensato, in quell’unico momento di silenzio che ho avuto prima di dover rispondere alla domanda formale, di negare il mio consenso. Avrei potuto farlo, lo stabilisce la legge, ma non avrei potuto dare una buona spiegazione al mio gesto assurdo dato che io sarei il primo a voler vedere dietro le sbarre quelli che hanno rubato la mia macchina. E poi mio padre mi crede abbastanza debole anche se non tento di convincerlo dell’importanza di conservare per sé un’impronta digitale.
Quindi l’ho fatto, ho tenuto molle la mano mentre il maresciallo mi prendeva il pollice e lo guidava fino alla lastra, sporcandomi il polpastrello così che poi sul foglio bianco una medesima pressione creava il delicato arabesco che tutti noi conosciamo. Così per venti volte, in cui ero tutto sommato tranquillo. Ma quando in bagno, sfregandomi le mani, ho visto quel colore nero macchiare l’acqua e il lavandino, ho percepito di netto la sensazione che insieme a quella tinta ad andarsene giù per il tubo fosse anche qualche cosa d’altro. Mi sono sentito stanco, rassegnato. Violato, a voler usare una parola forte.
Non è questione di privacy, questa stupida parola che sentiamo dire ovunque e di cui nessuno ha mai trovato una traduzione italiana. E’ qualcosa di più sottile, irrazionale, imperscrutabile… come quella lastra di tintura su cui ho appoggiato le mani, e in cui temevo di affondare come fosse una finestra in una notte senza stelle. E’ l’impressione di aver consegnato ad uno sconosciuto una cosa che doveva restare segreta, perché in futuro sarebbe stata importante.
Non che io progetti furti, rapine o omicidi.. non è un’utilità pratica a cui mi riferisco, bensì è un tesoro che è stato sperperato senza che ve ne fosse davvero motivo. Una carta giocata nel momento sbagliato, e che chissà forse alla prossima mano sarebbe stata fondamentale. Un ricordo rubato, ecco che cos’era quell’impronta nera sul foglio bianco. Siamo talmente abituati ad essere noi stessi, che non ci domandiamo chi siamo se non quando è troppo tardi, quando quello che era importante è stato perso e quello che era certo è stato rimesso in discussione.
Sono stato sulle spine per tutto il viaggio di ritorno, a quel pensiero. Non ho osato mangiarmi le unghie, mi dava fastidio solo l’idea di avvicinarmi alle labbra quelle dita che fino a poco prima erano macchiate. Né ho toccato niente che non fosse veramente indispensabile: il cappotto, la maniglia dello sportello, il pulsante dell’auto radio. All’improvviso, è come se avessi preso coscienza che ogni cosa che faccio o tocco porta la mia firma. E se le parole che scrivo almeno sono razionali e razionalizzate, pensate accuratamente, la mia impronta viene lasciata senza farci neanche caso. Quante cose tocchiamo ogni giorno? Quante prove lasciamo sul nostro tragitto?
Lo so da sempre, basta guardare la tv o leggere un poliziesco per sapere che tutto gira attorno a queste piccole cose invisibili che si chiamano impronte, eppure non ho mai avuto la consapevolezza che appartengono a me, che loro sono mie, e che io sono loro.
E’ tutt’oggi che mi lavo le mani, e non solo perché maneggio continuamente medicine varie per un vecchio gatto in fin di vita, non solo perché non voglio sporcare un viso delicato. E’ per togliermi la sensazione di essere ancora sporco, come fossi una lady Macbeth bagnata di inchiostro anziché di sangue, e di aver lasciato dietro di me una traccia che per un qualche motivo era meglio non lasciare.
Avrei voluto che, almeno, insieme all’acqua calda tinta di schiuma nera se ne andassero via anche le preoccupazioni di questi ultimi giorni. Ho messo il rubinetto apposta sull’estremità bollente, così che come batteri morissero anche gli strascichi delle lacrime e delle angosce, o quanto meno mi si anestetizzassero i pensieri.
Ovviamente non è successo nulla di tutto questo, mi è bastato riaprire la porta di casa per ritrovarmi faccia a faccia con la realtà. Ma me lo aspettavo. Mi è bastato buttare l’occhio dal finestrino, mentre ero sul viale verso casa, e vedere un guanto perso per terra e che qualche simpaticone ha infilato sul ramo di un cespuglio. E mentre io restavo con le mani strette, per non toccare nulla, per non sentirle sporche, il suo dito medio era rivolto verso di me.
Non è un giorno per scrivere, questo. Non è una notte per le parole.
E’ una sensazione che mi pervade da qualche giorno ormai, e lo sto ripetendo in abbondanza a chi di solito porge l’orecchio per ascoltarmi. Oppure, più in generale, lo biascico a me stesso, come ho fatto per tutta la giornata, una giornata che non era fatta per parlare.
Perché le parole lo sentono, quando è il loro tempo di uscire. Se devi parlare, sono in grado di puntare i piedi e aggrapparsi al palato, pur di non uscire dalla bocca. Si attaccano ai denti, alla lingua, come liquirizia masticata e appiccicosa che soltanto con uno spazzolino e tanta forza riesci a togliere e poi sputare. Se devi scrivere si intrecciano con le ossa, con i tendini, sai che sono lì ma non arrivano mai fino alla punta delle tue dita, protratte nell’atto di impugnare una penna, o di battere su una tastiera. Non si scollano dai polpastrelli, e non è per affetto nei tuoi confronti.
Non so per cosa sia, in realtà. Forse per timore di quello che troveranno all’esterno, dove la temperatura è bassa e il mondo inclemente. Come quelle statuine colorate, che cambiano tonalità a seconda del tempo, come animali domestici che quando fuori piove preferiscono stare in casa al calduccio vicino al camino. Queste giornate sono state gelide, e loro no.. non ne volevano sapere, di andarsene per conto loro. Perché di questo si tratta, uscire e camminare con le proprie gambe, indipendentemente da noi che ne siamo gli autori: per questo gli antichi greci non le amavano, troppo pericoloso generare dei figli così autonomi, tanto da potersi rivolgere contro di noi genitori.
Ma credo che, quale che sia il motivo, le parole sappiano quando è il momento di venire alla luce. Noi no, non ce ne rendiamo conto. E’ per questo che restiamo stupiti, sorpresi quando apriamo la bocca e tutti i nostri bei e complicati pensieri escono sotto forma di frasi balbettanti e incoerenti. Quello che nella nostra mente sembrava così lineare, così fantastico, così armonioso si riduce ad essere un groviglio informe di parole concitate, che restie ad uscire siamo costretti a buttarle fuori con un singhiozzo.
Il giorno dopo, magari, il procedimento riesce alla grande e riusciamo perfettamente a tradurre le nostre riflessioni in discorsi articolati. Facciamo una splendida figura ad un esame proprio perché, inspiegabilmente, le parole escono in una parlantina fluida che riesce ad irretire anche il più scettico dei professori. E allora ci congratuliamo con noi stessi per l'ottima prova che abbiamo fatto in quella situazione, da soli contro il nostro giudice, senza renderci conto che non è solo merito nostro quanto anche delle parole che noi abbiamo usato. In quel caso sono state docili, malleabili come pongo, ma non sempre siamo stati così fortunati.
Ci sono periodi, come quest’ultimo giorno, in cui le parole si incatenano alle pareti del cranio e noi non abbiamo modo di liberarle. Sarà il tempo grigio attorno a me, saranno probabilmente le mie ultime letture, ma mi rendo conto che sto diventando più fatalista e meno umanista. Ma in fondo, che l’uomo non possa risolvere tutto da sé, l’ho sempre saputo. Riguardo lo scrivere, soprattutto: neanche troppo tempo fa (o forse sì? I mesi, su questo blog, trascorrono veloci) ho parlato dell’ispirazione come una fata sfuggente che appare quando vuole lei. Io, d’altronde, sono sempre stato un tipo a cui non è mai bastata la volontà, per mettere mano alla penna.
Poi, di colpo, è successo qualcosa. Fino ad un’ora prima avevo addirittura repulsione delle parole, che sapevi essere ben rintanate in qualche angolo remoto del mio cervello. Mi dava la nausea scrivere a pc, parlare a qualcuno, senza considerare il fastidio provocato dal cellulare. Avevo voglia solo di silenzio, tranquillità, immersione.
Ed è proprio in questa quiete che ho trovato la scintilla che andavo, forse inconsciamente, cercando. La scala per risalire, uscire da quell’angusto baratro in cui le parole mi avevano trascinato insieme a loro… perché senza parole, spesso non siamo nessuno, solo ombre che restano con le ombre.
Ma non saprei dire di preciso che cosa è stato a far scattare questo interruttore. Forse è avvenuto mentre camminavo per Bologna, una grigia Bologna, avvolta da una cappa di nubi e di pioggerella costante che mi bagnava la pelle. Forse è stato quando, nei miei lunghi giri che mi avevano indolenzito le gambe, ho trovato una strada ammantata dai petali rosa dei peschi in fiore, che spiccavano su quello sfondo color del piombo come una pennellata impressionista. O forse è stato mentre portavo alle labbra una tazza di caffè, del caffè, e scivolavo in quell’aroma che, come ben ha detto qualcuno, è in grado di risollevarti la giornata.
Oppure, molto più semplicemente, quella giornata che non doveva essere fatta per scrivere è finita. Non è stato in corrispondenza del tramonto, o dell’alba, ma è stupido da parte nostra porre vincoli umani ad una cosa che umana non è. E’ semplicemente avvenuto, di punto in bianco, senza preavviso. O, se un preavviso c’è stato, non ce ne possiamo accorgere… perché non dipende da noi, come ho già detto.
Le parole sanno rompere gli indugi, anche se tu non sei pronto per farlo. Escono fluenti, reclamando la loro aria e il loro posto nel mondo. Decidono di uscire per i loro misteriosi motivi come misteriosi resteranno quelli che le hanno fatto nascondere.
Forse è probabile che abbiano visto qualcosa, mentre camminavo e loro con me ad assistere dietro i miei occhi, che le ha pungolate nella loro curiosità assopita. E questo qualcosa, qualunque cosa esso sia, le ha spinte all’esterno a sfidare il vento, il freddo, la pioggia; le umane debolezze e i pericolo di una vita quotidiana. Tutto ciò che prima erano per loro fonte di timore, o di rifiuto, ora magari è diventato l’oggetto del loro interesse. Non saprei dire che cosa abbia attirato la loro intenzione, di preciso.. le mie supposizioni, qualche riga più sopra, le ho fatte. Ma credo che, comunque vadano le cose, le mie parole non resteranno mai ferme troppo a lungo.
Qualcuno mi ha costretto a sedermi qui, ora che è notte inoltrata, a scrivere.
Mi ha sbarrato l’accesso all’oblio del sonno, che ogni sera mi avvolge senza fare domande, senza chiedermi di fare altro che non sia chiudere gli occhi. Le notti si sono fatte fredde, e stanche, e cariche di desideri in grado di allontanarmi dal pc e dallo scrivere. In serate come questa sono convinto che l’ispirazione migliore possa venire soltanto dalla privazione, perché la gioia non ti lascia spazio per la scrittura, ma chiede soltanto di essere catturata e vissuta senza altre distrazioni, fino all’ultimo secondo disponibile.
Saranno stati i giorni di vacanza, i postumi di un inizio d’anno stordente, ma l’idea di mettermi qui a scrivere neanche mi sfiorava. Tuttavia non mi ha lasciato molta scelta, questo Qualcuno, e si è fatto sordo alle mie proteste. Volevo dormire, volevo stendermi e lasciarmi cullare dalle braccia del tepore delle coperte, ma non mi è stato possibile. La mia volontà, di solito solida, è capitolata di fronte alla determinazione di Qualcuno più forte di me.
Ed ora mi fa buona guardia, vegliandomi in silenzio nella penombra. Sento i suoi occhi fissi su di me, la sua attenzione che mi sorveglia, e l’orecchio teso a captare ogni singolo suono, ogni segnale della mia opera. Anche se simula indifferenza, anche se mi dà le spalle.. sento che aspetta, che vigila, che aspetta che io apponga la parola fine.
Ha atteso a lungo questo momento, e in fondo capisco il suo desiderio che mi ha esposto con tanta veemenza. Ha fatto scorrere i giorni, senza chiedermi altro; ha lasciato che la polvere si accumulasse su questa tastiera senza mai spolverarla con forza bruta. Ha aspettato, e il tempo si è dilatato. L’ultima volta che ho messo mano al blog è stato.. quando? Più di un mese fa. Mi sono reso conto che ormai scrivo in questo spazio soltanto una volta al mese, e soltanto nelle ipotesi migliori. Ma scrivo da troppo tempo per non sapere che non è una cosa che si fa a comando, e che è necessario un lungo respiro prima di poter immergersi nel vasto oceano delle parole e dei pensieri.
Lo sa anche lui, questo, e non mi fa pressione anche se smania dalla voglia di leggere, di aprire il blog e vedere una nuova data campeggiare all’inizio della pagina. Almeno questo fino a stasera quando, non so ancora perché, il suo desiderio si è fatto più esplicito e ha rotto gli argini proprio come fa un fiume in piena.
Così mi sono trovato seduto alla tastiera, di fronte al monitor intonso, mentre il Qualcuno mi ha lasciato solo. Non ho mai avuto il complesso della pagina bianca, quello che terrorizza gli scrittori senza dubbio più seri e professionali, e impedisce loro di iniziare a tessere le loro trame. Ma ammetto di aver provato non poco imbarazzo a rimettere mano alle mie parole, come un artigiano che dopo molto (troppo?) tempo torna al suo banco di lavoro.
C’è stato un lungo periodo in cui ho toccato i tasti, ho provato a scrivere qualche parola così, timidamente, per saggiare il filo delle mie armi. Temevo di dover tornare dal mio custode a mani vuote, perché sebbene sentissi l’ispirazione non riuscivo a darle forma, a creare qualcosa che mi soddisfacesse appieno. Ma, sebbene avessi le mani sugli occhi e le dita tra i capelli, ho sentito il suo sguardo di attesa mentre mi passava accanto, come un bambino che attende che la zucchero filato sia pronto.
Mi sono fatto forza, e ho tirato fuori un vecchio cd dalla mia riserva. Un disco di musica, che mia madre ascoltava quando ero più piccolo, e che riempiva il mio salotto per ore e ore. E’ stata la colonna sonora della mia infanzia, se vogliamo, e il solo risentire quelle note mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Quel tempo che non c’è più, ma che negli ultimi giorni è stato ricordato tante volte qui a casa mia.
Ho sentito nuova forza, nuova decisione nel prendere in mano la mia creatività e lasciare che essa scrivesse al posto mio. Le mie cuffie vibravano di accordi di pianoforte, e le mie dita battevano ritmicamente sui tasti resi irriconoscibili dalla penombra. Sono andato avanti spedito, senza indugi, e lasciando per una volta da parte la mia lima. Quello che il Qualcuno voleva non era un’opera cesellata, ma la fuoriuscita di una voglia selvaggia di scrivere. Abbandonati gli artifici e la retorica, resta in me una venatura spontanea, a malapena domata, e che non so neanche giudicare.
Sentivo il bisogno di scrivere, e questo Qualcuno lo sapeva, probabilmente molto meglio di me. Troppo concentrato a vivere, ad andare avanti, ho tralasciato gli aspetti più importanti del mio essere. Come lo scrivere, come il seguire le mie melodie su questa tastiera che se potesse parlare sarebbe più ricca di tanti libri ed enciclopedie. E’ un errore che faccio sempre, e che è rintracciabile in ogni post precedente senza che io riesca ancora a farne rimedio. Sarebbe un bel proposito per l’anno nuovo, dato che siamo in periodo, anche se dubito di riuscire a mantenerlo tante sono le volte che mi sono ripromesso di scrivere di più.
Certo questa volta ci sarà quel Qualcuno a costringermi a percorrere la via tracciata, come ha fatto poco fa. Ora che la musica si è allentata e l’istinto è appagato, mi trovo a ringraziarlo. Non so ancora se sarà soddisfatto dall’opera eseguita, io stesso non so se lo sarei. Ma, almeno per questa notte, non trovo altro da dire e ogni mio pensiero va lentamente svuotando la mente che fino a poco prima l’aveva ospitato. Credo che, ormai, sia giunto il momento della parola Fine.
E’ strano, comunque. Nonostante tutte queste parole, e i minuti passati sotto il suo occhio vigile, non ho ancora capito se quel Qualcuno che mi ha chiesto di scrivere è la presenza silenziosa assopita dolcemente sul letto o se sono io stesso che, dopo il tempo passato a vagabondare in mezzo alle tempeste di questi ultimi giorni, non aspettavo altro che l’attimo giusto e il vento favorevole per dissolvermi in una pagina scritta.
martedì, 27 novembre 2007
Una delle cose che credo possa colpire la persona con cui sto parlando, almeno all’inizio, è la manciata di anelli che porto infilati alle dita. E’ uno di quei particolari minuti, indistinti, che recepiamo solo inconsciamente e a distanza di qualche tempo mettiamo a fuoco in maniera distinta. Magari non ce n’è più bisogno, magari l’incontro è già finito.. però è quel dettaglio che resta impresso nella memoria anche a distanza di tempo. Sono così i colori e la foggia degli occhi, è quella spilla sul bavero o i bottoni del cappotto. O gli anelli, appunto.
Confesso che, da quando li porto, hanno dato le impressioni più diverse a quelli che incontravo la prima volta e non mi conoscevano. Il primo pensiero che viene è, ovviamente, l’essere gay. Portare non uno ma tanti gioielli addosso, sul corpo di un efebico ragazzo che studia filosofia, sembra la conferma di quella vaga apparenza che ho cucita addosso da quando sono nato. Il secondo pensiero, non essendo cosa di tutti i giorni, è che io rientri in una gamma di persone tra il narcisista e l’eccentrico, lo stravagante e l’artefatto. Non so se vi sia un terzo pensiero, ora come ora non mi viene, ma sicuramente ci sarà qualcosa.
Nessuno dei primi due, comunque, corrisponde alla verità. Molti mi hanno chiesto il perché degli anelli, dato che ad ogni mercato o bancarella i miei passi si dirigono in quella direzione, e spesso compaio con un cerchietto nuovo alle dita. Di solito la mia risposta è una scrollata di spalle e un blando “Mi piacciono”, e nessuno di solito va oltre al senso comune del termine.
Ma non mi piacciono in senso estetico, non li porto solo perché sono belli o perché mi stanno bene: questa precisazione, invece, tendo a non dirla mai. E’ un piacere diverso che provo nel tenerli addosso, a contatto con la pelle, e ad osservarli mentre batto a tastiera. E’ più un interesse simbolico, una partecipazione affettiva.
L’anello è idealmente il cerchio perfetto, senza fine né inizio, il tempo che si arrotola su se stesso traendo dalla propria natura la forza per andare avanti. La circolarità è eterna, non avendo termine ma neanche origine; essendo chiusa in se stessa, non si fa distrarre dall’esterno e non devia mai lungo la sua strada che la porta a riallacciarsi alla sua invisibile estremità.
Credo sia proprio per questo motivo che viene usato nei matrimoni, in quanto è proprio l’anello il messaggero ideale di una promessa. Affidare una parola ad un cerchio è farla trasportare nel tempo senza pericolo che qualcosa la intacchi, legare una decisione ad esso è tramandarla nell’eternità fintanto che quel cerchio avrà valore. Solo quando sarà rotto, o tolto, il tempo troverà la sua fine e così pure la promessa fatta.
Qualcosa di simile, seppure in maniera più inconscia, faccio io. Non mi sono mai definito superstizioso, intendiamoci, ma ho sempre subìto il fascino dei simboli fin da quando ero bambino e mi interessavo alla mitologia o ai libri fantasy. Da allora, ad ogni cosa che faccio o che vedo tendo a collegare un significato, una decisione, una frase che sia sempre connessa.
Ma non tutto può essere condensato in un’immagine, o in una semplice frasetta da scrivere su un muro o su un nick di msn. Non è tutto così facile, nel mondo, così retto e piano. Per non contare poi che tutto passa, finisce per scomparire, o nel mio caso perdersi nei meandri della mia stanza e della mia vita disordinata. Serve un’ancora, un punto fermo. Un cerchio, un tempo ordinato che finisce e inizia subito dopo, un anello portato al dito.
Non so come ci sono arrivato a questa conclusione azzardata, altamente simbolica e in quanto tale abbastanza inutile. Semplicemente, un Natale, ho chiesto a mia sorella un anello. A lei la scelta, a lei la decisione: il mio primo anello non l’ho preso io, come in certi paesi del mondo è l’anziana della famiglia a scegliere la sposa.
Il mondo attorno a me stava cambiando, o meglio lui restava lo stesso mentre io crescevo. Avevo appena scoperto che c’era una realtà diversa oltre le nebbie che circondano il mio paese, che non sarei rimasto incatenato ad essa per sempre ma potevo uscire per respirare un’aria diversa, pulita, nuova. E, soprattutto, potevo decidere io per me stesso: come sarei stato, come sarei diventato. Un anello, piccolo vezzo di cura personale, è diventato tutto questo.
Mia sorella me l’ha regalato, diligentemente, in uno dei suoi rarissimi doni natalizi. Una fedina semplice, argentata, presa (mi viene in mente ora, e sorrida) in Piazza Navona a Roma. La porto tutt’ora, a distanza di quattro anni, anche se si è rotta e tende ad avvitarsi su se stessa… il tempo ha i suoi modi per riparare agli errori umani, in effetti.
Di lì a un anno, la mia vita sarebbe mutata radicalmente. Avrei iniziato a viaggiare, a viaggiare come si deve intendo, imboccando il sentiero che mi ha portato qui e ora, e avrei cominciato a scrivere su un blog azzurrino chiamato Quieto Sublime.
Da allora ci sono state tante altre cose, e tanti altri anelli. Adesso ne ho cinque, ma ho perso il conto di tutti quelli che ho avuto in passato. Come ogni tanto scrivo un post, così pure mi compro un anello nuovo, a cui lego un pensiero o una promessa. Lo faccio in tutti i momenti importanti della mia vita, e da allora essi non sono più semplici cerchietti, ma dei veri e propri simboli che mi porto addosso, e che guardo quando ho bisogno di ispirazione.
E quando sbaglio, sono sempre sulle mie mani e sotto i miei occhi, a ricordarmi i miei errori passati e le mie promesse di non farli più. Sono dei piccoli grilli parlanti, che parlano solo a me perché io gli ho dato la voce: ripetono come fossero un mantra i ricordi di cui sono imbevuti.
Come fossero piccole bottiglie vuote in cui inserisco il mio messaggio, spesso viaggiano e scompaiono inghiottiti dalla vita. Alcuni si rompono, ma quasi sempre trovo il modo di riutilizzarli per non separarmene mai del tutto; altri li voglio dimenticare, perché non sempre i ricordi sono piacevoli. Alcuni, ma sono rari, vengono regalati, e il simbolo della promessa passa ad un nuovo proprietario che ne diventa custode. Ma gira che ti rigira tutti, prima o poi, tornano ad essere sostituiti.
L’unico che resiste ancora, imperterrito, è quella prima fede che ha simboleggiato l’inizio di tutto… o meglio la mia decisione di iniziare tutto. Perché miscelato in queste parole è insita l’idea di volontà, di essere come direbbe qualcuno di mia creazione artefice del proprio destino. Che poi sia un’illusione è un dato di fatto, ma da quel mio capriccio è stata tracciata una lunga strada che da quattro anni mi ha portato sino a qui, sino a questo momento.
Se vogliamo, il mio essere qui a scrivere è proprio legato a quel piccolo e semplice anello da 5 euro. E’ un po’ come un serpente che si morde la coda, o un cerchio che inizia e finisce nello stesso punto.
Alcuni pensieri, alle 03:04
commenti (11)
lunedì, 15 ottobre 2007
Nonostante fosse più di un anno che non mettevo piede a Milano, non posso certo dire che sentissi la mancanza del suo cupo e sporco cielo notturno. Non che l'abbia mai provata, neanche nei momenti più felici... ed è strano, a ben vedere, considerando che in fondo sono un malinconico di professione. Certo provavo altre nostalgie, altre necessità: delle persone, ovviamente, o delle situazioni vissute e da vivere. Ma mai i luoghi, di quella stazione opulenta e sterile, di quel cielo acido che non si risparmiava ogni volta di rovesciarmi addosso le sue sciagure.
Anche se mi stava capitando tutto il bene possibile, la sagoma fumosa di Milano era una ferita costante che accompagnava ogni sorriso. E' una strana contraddizione in termini, ora che ci penso, e che mi ha creato non pochi problemi e confusione in tempi neanche tanto lontani da oggi. Deve essere stata questa ambigua sensazione di malessere ad essersi risvegliata sabato notte, quando dietro i vetri della corriera ho alzato lo sguardo.
Dovevo avere una buon ragione per tornare a Milano, mi dicevo. Ho sempre evitato di sceglierla come destinazione di uno dei miei vari gironzolamenti, così come ho glissato più o meno sinceramente i tanti inviti che ho ricevuto. Forse perchè non volevo affrontare il viaggio da solo, ed essere vulnerabile ai ricordi; forse perchè cercavo un motivo episodico, non ripetibile una eventuale seconda volta. Forse perchè, semplicemente, non ne avevo voglia.
E' stato un raduno a darmi la spinta che cercavo, senza darmi la possibilità di accampare scuse. Non potevo rifiutare questa occasione, non potevo negarmi i volti amici e le risate insieme. Non solo non potevo, ma neanche volevo farlo. Perchè, diciamola tutta, il mio auto-esilio da Milano era tempo che finisse.
I ricordi, se lasciati abbastanza tempo da soli, maturano e germogliano. Diventano passato, cicatrici piacevoli al tatto e alla memoria, e perdono tutta la loro carica radioattiva che brucia sottopelle assumendo invece un sapore dolceamaro. Inutile tenerli nascosti, rinnegarli... perchè, poi? Sono così belli, a riguardali con gli occhi di ora.
E in fondo, per continuare con la sincerità, di rivedere Milano un po' ne avevo voglia. Vedere se e come è cambiata, cercare in essa i punti di riferimento di una volta. Mi sono accorto di non aver dimenticato le strade, le metro, imboccando ancora automaticamente gli ingressi e le scale. Volevo mettermi alla prova, lo confesso. Volevo tornare.
"Ma non so se lo sto facendo da vincitore o da sconfitto", ho detto a M., in uno di quei miei radi sprazzi di espressione dei pensieri più profondi e cupi che di tanto in tanto si agitano nella mia mente. Lei, che con la sua tenera presenza mi sedeva accanto sulla corriera, fa uno di quei suoi sorrisi in grado di scioglierti e con tutta la sincerità di questo mondo ha risposto prontamente "Da vincitore!".
Io mi sono limitato a sorridere un po' amaramente, non del tutto convinto, e sono tornato a contemplare il cielo assiso tronfiamente sulle sagome squadrate dei palazzoni. Le nuvole fatte di smog denso riflettevano le luci artificiali dei lampioni, assumendo una colorazione arancione che è onnipresente nei miei ricordi della città, e che da sempre mi ha disgustato. Non ne sono sicuro, dovrei spulciare le pagine di questo blog, per andare a vedere se anche quando ci andavo almeno una volta al mese citavo questo fatto che mi ha sempre colpito. Sarà perchè vivo in un paese di poche migliaia di persone, e da cui si vede il cielo blu profondo, ma mi sentivo a disagio a guardare quel soffitto corroso e contaminato sopra la mia testa.
La stessa sensazione l'ho percepita l'altra notte, mentre in piacevole compagnia mi avviavo verso casa, come se nonostante tutto quel cielo mi avesse trasmesso una nota di amarezza. Eppure, M. aveva tutte le ragioni per darmi un successo che anche io fino a poco prima sentivo. Arrivato forte di nuove consapevolezze e con una nuova maturità, avevo fatto finalmente pace con i fantasmi del passato che per troppo tempo io stesso avevo alimentato. Di nuovo sereno, anche a parlare di loro, e di nuovo loro amico senza più traccia di inquietudini.
Eppure non nego, mentre il treno abbandonava la fumosa e confusionaria cupola della stazione, di aver avuto la strana e perversa sensazione che in fondo in fondo Milano mi abbia battuto. Dovrei tornarci una seconda volta, per esserne certo: sono troppo orgoglioso per rifiutare una rivincita.
Alcuni pensieri, alle 16:17
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giovedì, 06 settembre 2007
E’ stato come per un caso che oggi, mentre camminavo per le vie della mia città, mi sono reso conto che è iniziato settembre. No, non mi sono rincitrullito del tutto, non sono ancora così fuori dal mondo da non sapere che giorno è oggi. Ma sebbene i tre calendari che ho a portata di mano mi dicessero già ad un pezzo che è iniziato il mese, io continuavo a non farci caso. Sapevo che erano i primi giorni di settembre, ma lo sapevo ad un livello meramente superficiale, cognitivo, senza che i miei pensieri e i miei sensi ne fossero minimamente intaccati. Ed invece oggi, in una delle mie rare uscite pomeridiane in questo buco di paese, l’evidenza mi ha colpito in una maniera tale che non potevo ostinarmi a fare finta di niente.
Aveva smesso di piovere da pochi minuti, eppure il cupo ammasso di nubi grigie aveva lasciato il posto immediatamente al sole, come se non fosse mai cambiato nulla nel cielo. E della pioggia violenta che aveva scrosciato sui miei vetri non era davvero rimasta traccia: quei tuoni e quei lampi, che ho udito distintamente non sembravano altro che un’assurda allucinazione di massa. Solo da qualche parte alcune l’asfalto ancora bagnato testimoniava che no, l’acquazzone c’era stato davvero.
Eppure, l’effimero temporale aveva lasciato altre tracce, più labili e indistinte, ma facilmente percepibili da chi ama lasciarsi suggestionare da queste cose. Una brezza sottile, forte soltanto a tratti, smuoveva le foglie secche che gli alberi avevano lasciato cadere sotto la spinta del vento e che ora ruzzolavano agli angoli della strada. L’aria si era rinfrescata di molto, e la mia maglia leggera faceva poco effetto contro quello spiffero gelido che mi passava tra i capelli e si intrufolava nelle maniche facendomi rabbrividire. Il sole stesso, che già si abbassava sull’orizzonte, era più spento di qualche settimana fa quando bruciava l’aria del mezzogiorno. Oggi, invece, sembrava incapace anche solo di mitigare il freddo dell’inverno in arrivo, e si lasciava osservare stancamente, senza neanche impegnarsi ad abbagliarmi con i suoi raggi.
E’ difficile dire quando è avvenuto il cambio di stagione, quando è finita l’estate ed è iniziato l’autunno. Non so se questa mia impressione è veritiera oppure se è solo un falso allarme; dovrei guardare il meteo per dare una previsione corretta ed evitarmi, magari, una figuraccia. Ma non è questione di meteo, non è questione di clima. Non mi interessa se farà caldo, se è un autunno anomalo, se ci saranno picchi di calore mai visti.
La bellezza è nell’occhio di guarda, dice un proverbio, e da oggi aggiungerei che anche le stagioni lo sono. Perché io, con i miei occhi, camminando per la strada ho visto l’autunno farsi avanti e bussare discretamente. L’ho visto nel vento e nel sole, nelle foglie e nelle persone. Mi piace settembre, e ne accolgo con gioia l’arrivo.
Mentre attraversavo il paese, mi sono sentito riempito di una silenziosa ma piacevole energia, una reminiscenza del passato. Di quando tornavo dalle vacanze, di quando di lì a pochi giorni iniziava la scuola. Settembre è il momento in cui si ricomincia a vivere, in cui si fanno i progetti per il nuovo anno, si spera che qualcosa possa cambiare. E’ lo spartiacque che segnala la fine di un momento e l’inizio di un altro, senza essere né l’uno né l’altro.
Attorno a me, manco a farlo apposta, si consumava il rituale che ogni anno in questi giorni anima Argenta. Attorno a me la gente si muoveva indaffarata, montando bancarelle e allestimenti per la fiera del paese di domani. Come ogni anno che ho vissuto qui, la città intera si ferma per fare posto al rito della fiera, e ognuno lavora per come può e come vuole. I tendoni affollano le strade, i palchi occupano le piazze, e i fari vengono issati sopra le strade. E’ un evento che io, pur essendone estraneo, vivo come se fosse un’offerta al dio pagano dell’autunno, un tributo in suo onore.
Forse è proprio grazie alla visione della fiera che mi sono reso conto del giorno. E’ settembre, mi sono detto a bassa voce, quasi incredulo eppure deliziato. Guardavo tutte quelle persone impegnate in qualcosa, e mentre camminavo in mezzo a loro diretto verso casa mi sentito tanto come la cicala che canta mentre la formica lavora per il futuro.
Poco male, la cosa non mi turba. Non sono mai stato lungimirante, in ogni caso.
Alcuni pensieri, alle 01:39
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lunedì, 03 settembre 2007
Da Internazionale n.704-5-6
Donovan Hohn, Harper's Magazine, Stati Uniti
"Conosciamo il punto esatto in cui avvenne l'incidente: 44°7'N, 178°1' E. Sappiamo il giorno, 10 gennaio 1992, ma non l'ora. Non conosciamo il nome della nave e del suo capitano, e non sappiamo nemmeno a quale armatore appartenesse. Però sappiamo che era salpata dal porto di Hong Kong e che era diretta a Tacoma, nello stato Washington. E sappiamo che, sebbene fosse enorme, un magazzino galleggiante con 50 mila tonnellate di portata lorda e un motore grande come un fienile, quando venne sbattuta da onde alte più di dieci metri cominciò a rollare e a beccheggiare come un giocattolo in una Jacuzzi.
Sappiamo che dodici dei container colorati caricati sul ponte si staccarono dai cavi e finirono in mare. Possiamo ragionevolmente supporre che il tonfo su spaventoso, come quello di un treno catapultato in acqua da una scogliera. Sappiamo che ogni container era lungo circa 12 metri, largo due e mezzo e probabilmente pesava quasi 29 tonnellate, e che almeno uno - forse quando fini addosso ad un altro container, forse quando colpì gli stralli della nave, forse quando si inabissò - si spaccò e si aprì. Sappiamo che quando aveva lasciato il porto quello sventurato container trasportava 7200 piccole confezioni: mentre l'acqua penetrava al suo interno e la scatola d'acciaio affondava, tutti o quasi tutti questi pacchetti tornarono a galla. Ogni pacchetto conteneva un involucro di plastica con il fondo di cartone, e ogni involucro ospitava quattro animali di plastica vuota lunghi circa dieci centimetri: un castoro rosso, una tartaruga azzurra, una rana verde e una papera gialla. [...]
Da un aeroplano a bassa quota, in una giornata limpida i pacchetti sarebbero sembrati dei coriandoli, un mucchio di quadratini colorati che esplodeva al rallentatore sulle onde. Nel giro di ventiquattr'ore l'acqua sciolse la colla. Le onde separarono la plastica dal cartone. E nel bel mezzo del Pacifico, in mari profondi quasi sei chilometri, più di 600 miglia a sud dell'isola di Attu, l'estremità occidentale degli Stati Uniti, più di 1.000 miglia a Est d Hokkaido, l'estremità settentrionale del Giappone, e più di 2.000 miglia a Ovest di Sitka, in Alaska, 28.800 bestiole di plastica prodotte nelle fabbriche cinesi per le vasche da bagno americane uscirono dal loro guscio di plastica e se ne andarono libere alla deriva"
L'articolo prosegue per molte pagine ancora, una ventina circa, e per ovvie ragioni non posso ricopiarlo tutto. Ma il senso è tutto qui, nelle prime righe, in questi capoversi che danno l'inizio alla vicenda.
Di quei 28.800 giocattoli di plastica, molti mancano ancora all'appello. Altri sono stati trovati nelle reti da pesca, o sulle spiaggie europee, o nelle tane di animali marini. Ancora oggi, dopo più di quindici anni di distanza, si segnalano avvistamenti di paperelle scolorite arenate sui litorali di mezzo mondo. Russia, Usa, Cina, Inghilterra, Sudafrica.
Come un esercito invisible, hanno attraversato gli oceani e solcato i mari seguendo correnti a noi ancora sconosciuti. Gli oceanografi sono impazziti per cercare di stare dietro alle migliaia di spostamenti, per cercare di capire come sia possibile una simile diversità di rotte pur essendoci un unico punto di partenza e un unico tempo. Il caso.
E' difficile cercare di calcolare le cause e gli effetti che hanno portato a così diversi destini, forse è impossibile, perchè il caso non si può calcolare. Non si può prevedere, non possiamo capirlo.
Nè possiamo capire che cosa c'è dietro a quegli animali di plastica, cosa c'è sotto, cosa c'è dentro. C'è il vento, a spingerli? C'è l'acqua, a sostenerli? C'è altra plastica, a riempirli? Quante ipotesi possiamo fare, quanto desiderio che abbiamo di dare un anima a quei giocattoli, come nei libri e nei film, in cui di notte quando nessuno li vede i nostri oggetti prendono vita. E in mezzo all'oceano, senza nessun occhio umano a sorvegliarli, chi ci vieta di pensare che le rane e le tartarughe si siano veramente animate?
Forse è invidia, la mia. Invidia perchè loro si sono ritrovate nel mare e non si sono arrese all'evidenza, non sono affondate. Ma anzi hanno deciso di viaggiare, di esplorare il mondo, e di continuare a vivere e a vedere cose nuove. Si sono divise di comune accordo, alcune sono restate in compagnia, altre hanno preferito andare da sole. E da quell'unico punto in cui tutti sono venute alla luce, uscite dall'utero del container, hanno iniziato a viaggiare. Incuranti del fatto che loro non dovevano viaggiare, erano state create con l'unico scopo di galleggiare in una vasca da bagno.
Ma il caso ha offerto loro un'altra possibilità di riscatto, ha offerto loro l'oceano, e ne hanno approfittato.
Sembra una favola per bambini, dice il giornalista. Forse lo è.
Io, quando mi ci sono imbattuto, mi sono incantato a pensare. Sarà che sono un sognatore altrettanto surreale, ma l'immagine di una paperella gialla che naviga caparbia e solitaria verso una destinazione che soltanto lei conosce, mi è sembrata straordinariamente bella.
Alcuni pensieri, alle 17:40
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Rannicchiato nella mia parte di sedile posteriore, tenevo la guancia contro il finestrino della macchina che senza scossoni percorreva le strade deserte della nostra parte di Romagna. Non che contemplassi qualcosa, se non le stelle rade sull’orizzonte che facevano capolino di tanto in tanto da dietro una luce o una casa. Era difficile vedere nel buio in cui era addormentata la campagna, un buio pesto con tenui riflessi di blu che sfumavano nell’ombra più assidua.
Viaggiavamo nel nulla, senza nessuno dietro né davanti, e con solo qualche lampione disperso qua e là a segnalare uno svincolo: l’unica traccia di civiltà, in quel vuoto di altri tempi che di notte, anche se è sabato, si può ritrovare. Un vuoto placido, tranquillo, fatto di pochi pensieri e un unico piatto paesaggio che si stende sconfinato fino alla fine dell’Orizzonte. Così è il mondo che mi circonda, che tanto fa impressione a quelli che non abituati alla pianura vengono a trovarmi. “Piatta, troppo piatta”, ha commentato qualcuno guardando dalle mura di Ferrara. Eppure, quella sterminata ma gentile pianura immersa nella liquida notte l’ho sempre collegata al mio Quieto Sublime, per via di quell’unica luce che si intravede lontano, come un faro che non necessariamente devi raggiungere, ma ti dice soltanto che esiste, da qualche parte, un porto sicuro.
Un Quieto Sublime esterno, reso vivo e concreto, indifferentemente da quali fossero i miei pensieri e le mie emozioni in quel momento. Ho vissuto altre volte quella sensazione di essere sospeso in esso, mentre tornavamo a casa dal sabato sera passato da qualche parte, di nuotarci dentro come se fosse veramente un oceano, ma questa volta era più intensa ed estraniante.
L’abitacolo stesso della macchina era avvolto dalla penombra, i pochi lampioni a fatica riuscivano a penetrare la cortina di scuro che sembrava filtrare dal mondo circostante. Il più lo facevano i fari dell’auto, ma arrivavano a schiarire le ombre davanti.
Gli altri tre passeggeri parlavano a vanvera, di università, di esami, di cazzate. Si lamentavano, per lo più, ognuno per le cose proprie, come tre sordi che continuano imperterriti a parlare ad un muro. Io non ce la facevo a seguire i loro discorsi, non questa volta, e mi limitavo a guardare fuori. Seguivo i contorni di quel nulla, mi lasciavo trasportare in esso come un bambino, ciondolando con la testa perso nei miei pensieri come al solito.
La radio, tenuta bassa per permettere agli altri di parlarsi con l’illusione di comunicare le loro faccende, emette un improvviso gracchiare. Tendo l’orecchio, riconosco la melodia di sottofondo e mi stupisco.
Ha più di quarant’anni questa canzone, la ascoltava mia madre quando era una ragazzina che andava al cinema e sognava l’amore della sua vita, e forse la ascoltava anche mio padre anche se faceva finta di no. L’ho ascoltata anche io, in tempi meno sospetti, ma si sa che i miei gusti musicali sono sempre stati proiettati più verso il passato che verso il presente.
Alza, dico, scuotendomi dal mio silenzio gelido che indubbiamente anche gli altri avranno notato. Forse è per questo che C. esegue, ma anche perché in fondo in fondo piace anche lui. Vedo che la canticchia, ma G. commenta lapidaria come al solito: “Sdolcinata”.
Non ci faccio caso, la sto già cantando con un filo di voce approfittando del lieve rombo delle ruote sull’asfalto. Senza guardare nessuno, senza pensieri di sorta, come la sto cantando adesso mentre scrive. Il tempo trascorre, così lentamente mormoro riuscendo anche a sorridere, un sorriso amaro che però mi rimette in pace con me stesso e con il Quieto Sublime all’esterno che maternamente mi abbraccia.
Ci sono solo io, lui, e la ballata che prosegue lenta. Ma il tempo può fare così tanto, proseguo, fino all’acuto dalla calda voce maschile proveniente dalla radio, e che io cerco di seguire. Ma chiedo troppo dalla mia voce sussurrata perché gli altri non mi sentano, o forse chiedo soltanto ai miei nervi che cedono. E così si spezza anche il tono, incrinandosi pericolosamente costringendomi ad inghiottire.
La musica finisce, la radio si abbassa, e i tre riprendono a parlare sopra la nuova canzone.
Ma ho ringraziato profondamente il buio che riempiva l’auto, sospinto dal Quieto Sublime che con amore mi ha coperto. Nessuno mi vedeva mentre cantavo, e nessuno ha visto quella singola lacrima di commozione che nasceva all’angolo dell’occhio.
sabato, 28 luglio 2007
Ci sono, ci sono. Sono vivo, caro Jack... che, avevi dei dubbi? Dietro questo corpo esile e malaticcio di intellettualoide disperso nella nebbia della bassa padana, si nasconde un animo attaccato alla vita e all'esistenza quasi insospettabile.
Ma non chiedetemi di essere loquace, quello non lo sono mai. Sarà perchè non amo mostrarmi, o forse perchè semplicemente piuttosto che dire qualcosa di banale preferisco tacere. Resto in disparte, nell'ombra, levandomi solo ogni tanto per far vedere che sì, esisto ancora. Spesso mi assento per i miei giri, per i miei piccoli viaggi dell'animo, tanto che ormai chi mi conosce bene è costretto a premettere ad ogni sua richiesta: Che terra pesti? Sei a casa o sei altrove?
Per un blog, per una pagina scritta nella rete, è ancora più difficile. Raramente pesto questa terra, preferendo non avventurarmi in questo luogo a meno che non abbia qualcosa da dire, e un modo per dirlo. I nostri pensieri sono sempre meravigliosi, quando giochiamo con essi nella nostra solitudine mentale, ma una volta costretti nella rigida briglia delle parole perdono tutta la loro elasticità, tutte le loro sfumature. Sono lì, nero su bianco, spiattellati senza difese su un foglio. Diventano banali, riduttivi, assolutamente inutili.
Che sia la voce o la scrittura, non ha importanza. C'è solo una cosa riesce a resistere a questa azione distruttiva della parola espressa, che meno è raffinata più riesce a demolire la profondità dei concetti: il barlume luminoso ed improvviso dell'ispirazione. Ed io, senza ispirazione, non riesco a vincere la battaglia contro la parola, che mi ammutolisce e mi fa scomparire per così tanto da questo blog.
Mi sono sempre immaginato l'ispirazione come una scintilla di luce dorata, l'aura di una piccola fata che vaga senza apparente destinazione per i luoghi più impensabili trasportata da un vento invisibile. Puoi incontrarla in un luogo esotico, tra le fronde degli alberi di palma o tra le fauci di una tigre bianca, o nella cucina di casa tua dove un pensiero fulmineo e splendido ti attraverserà la mente mentre aprirai il frigo. Incapperai in essa in una fredda mattina mentre vai al lavoro, senza nulla su cui sperare, o ti verrà a visitare in una notte afosa mentre osservi il cielo stellato, cercando in esso le costellazioni senza mai riuscirci. Ti colpirà con eguale forza, anche se hai la mente rivolta verso tutt'altri pensieri e non hai la minima intezione di scrivere. Ma una volta che ti scivola addosso, non avrà la minima intenzione di scollarsi di dosso, martellandoti con insistenza: scrivi, scrivi, scrivi.
L'ispirazione non bada molto alla tua compagnia, puoi essere ad una festa con trecento invitati o da solo, per le strade deserte di una città straniera. Non bada neanche, maledetta lei, alla tua disponibilità a prenderla: non guarda nella tua borsa se hai il materiale per scrivere, o il tempo e il modo per farlo. Di certo so che non ha la minima intenzione di venirti incontro, anzi pare proprio che le tante piccole fate luminose si divertano a prenderti in giro, scappando quando le cerchi con impazienza e venendo a frotte quando meno te l'aspetti, anche due o tre alla volta.
L'ho incontrata spesso in un angolo della strada, dietro un albero immerso nella bruma d'autunno, o nelle ombre di una notte silenziosa. Si è accompagnata ad un sogno che avevo fatto la notte precedente, ad una canzone che mi entra in testa e ascolto a ripetizione ora dopo ora, o ad un ricordo particolarmente intenso. E quanto ho scritto, in seguito, riempiendo pagine e pagine elettroniche e di carta. Questo blog è pieno di fatine messe in gabbia, esposte in una piccola collezione di cui vado orgoglioso. Tante altre le ho prese, le ho descritte, e poi le ho lasciate andare. Altre ancora, più preziose, sono conservate in altri luoghi. Poesie e versi sono nati da queste strane scintille che nel mio cammino ho raccolto, racconti fantasiosi su cui ho lavorato intere notti alla loro luce.
L'ispirazione è emozione, per te e soltanto per te che ne scrivi: per gli altri è solo un riflesso. A volte l'agguanti subito, altre volte sei costretto a rincorrerla per giorni e giorni. Oppure, succede che ti sfugga dalle mani, e con una risata divertita scompaia per sempre, o forse fino al vostro prossimo incontro. Frustrazione, l'ispirazione è anche questo. Ma è una continua ricerca, e con che trionfo stringi il pugno su quella luminescenza dorata che ti porta a salire un nuovo gradino, a voltare una nuova pagina della tua personalissima opera omnia.
Questa sera non è successo nulla di tutto questo.
Le fatine non le ho neanche viste, stanno bene ritanate negli angoli bui della mia casa, di certo non dentro al frigo che ho esplorato recentemente. Nei miei ultimi viaggi non si sono fatte vedere, nè sono arrivate insieme a lei come forse speravo. Al momento nella mia stanza siamo io, il ventilatore, una tazza di tisana vuota - la bevo anche con questo caldo, sì.
Quindi niente ispirazione, niente di importante da scrivere, solo silenzio da questa emittente
Almeno, sapete che sono ancora vivo. E - informazione del tutto gratuita - anche felice.
Alcuni pensieri, alle 00:35
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martedì, 19 giugno 2007
Ricordi, sogni, speranze.
Difficile dire a quale di queste categorie appartenessero i miei pensieri, quando iniziava l'alba su Torino. O, meglio, l'ora prima dell'alba: quel momento in cui ogni persona ancora sveglia sente di essere intrusa nel mondo, e qualsiasi respiro turba l'aria quanto e più di una tempesta. Non è l'ora degli uomini né delle cose concrete e tangibili, ma dei dolci fantasmi del passato e di quelli ancora vaghi del futuro.
Non c'è nulla di reale nei ricordi, nei sogni e nelle speranze, ma non per questo essi non meritano un loro tempo, un loro regno. Quando la notte è finita ma il giorno non è ancora iniziato, ci è concesso per una manciata di istanti di proiettarci in un altro mondo, sia esso quello dei sogni di chi dorme o quello dei sogni di chi vive. E' uno strappo alle regole razionali della realtà, è una porta socchiusa che attende di essere aperta; inconsciamente lo facciamo quando siamo immersi nel sonno, ma più raramente ci rendiamo conto di questa occasione quando ancora siamo desti e vigili.
Forse è proprio l'essere attenti che ci frega, come chi arriva a guardare lontano senza accorgersi di ciò che gli arriva a portata di mano. D'altronde, l'ora prima dell'alba non vuole gli uomini, con il loro carico di preoccupazioni e pensieri egocentrici. Non vuole le loro coscienza, le loro ragioni, le loro morali. Ed io, liberato da questi pesanti fardelli derivate grazie una magia non tanto misteriosa, ho trovato dopo tanti giorni di silenzio questo varco tra le pieghe dei miei pensieri.
Stavo in piedi nella camera buia, con le braccia incrociate, di fronte alla soglia del balcone sbarrata dalla persiana abbassata. Solo una spanna divideva la saracinesca dal pavimento gelido sotto i miei piedi nudi, e da questo spiraglio passava un refolo d'aria che mi scivolava attorno alle caviglie, insistente ma senza la crudeltà che fa rabbrividire la pelle. Non c'era spazio per la cattiveria in quel limbo dei sensi, in quel porto affrancato da ogni problema.
Anche dalle maglie divaricate della persiana la fredda brezza della mattina pretendeva di passare, accarezzandomi il viso ed il petto, cercando accoglienza nella stanza calda e intorpidita come se fosse stanca per aver vagato per tutta la notte. Io subivo quel tocco passivamente, immobile nel quieto abbraccio delle ombre: nell'ora che precede l'alba, anche i movimenti sono fuori luogo. Tutto era sospeso, irreale, ed ogni suono risultava indistinto. Gli uccelli che gridavano, chiamandosi di albero in albero, le macchine invisibili che rombavano in lontananza, e la città stessa che pareva indecisa se svegliarsi o meno apparivano come distanti morgane in un deserto fatto di cemento, quasi fossero il richiamo di una belva ancora troppo distante per essere una minaccia per te.
Io, comunque, non facevo eccezione alle basilari regole dell'ora che precede l'alba.
Restavo lì, dietro la persiana abbassata, ad osservare il mondo esterno dalle strette fessure tra un listello e l'altro. Quegli spiragli dividevano la vista in tanti piccoli fotogrammi, come un unico nastro di celluloide con impresse molteplici e diverse fotografie. E' un po' come quando viaggi in treno e guardi del finestrino, in fondo. Mi divertivo a giocare con lo sguardo come se fossi un innocente voyeur di fronte a qualcosa che non capisce e da cui resta incantato, e usando le fessure della persiana come fossero dei teleobiettivi di altrettante macchine fotografiche puntate su scenari diversi, io spaziavo da una porzione all'altra del mondo. La realtà si riduceva ad essere una serie di diapositive passate lentamente nel proiettore, ed ognuna di esse mostrava un'angolatura diversa dello stesso soggetto in modo tale da ottenere, semplicemente incollandole lungo la linea di margine, una nuova e più compiuta immagine. La totalità è raggiungibile grazie ai limiti degli elementi che la compongono, così come la nostra libertà è garantita dal poterci completare infinitamente superandoci ogni volta.
Al livello più basso a cui i miei occhi potevano arrivare, la prima fotografia istantanea - se così vogliamo chiamarla- era la strada visibile oltre la ringhiera del balcone mangiucchiata dalla ruggine. I ritardatari del sabato sera lanciavano le loro auto lungo la rotatoria, ebbri di divertimento e di alcol, mentre i primi tram della giornata si snodavano lungo i loro binari in attesa di svolgere le funzioni per cui erano programmati. Mi infastidiva la loro presenza, il loro rumore sferragliante, il rombo delle ruote: tutti rumori che infrangevano con indolente arroganza la tranquillità dell'alba, calpestandola con indifferenza come si fa con le poco appariscenti margherite nei campi primaverili.
Con la seconda fessura, invece, la visuale cambiava radicalmente. Mentre pochi metri più sotto, le strade cominciavano a brulicare della vita della città, nulla in questa si muoveva, non c'era presenza umana. Vedevo gli ultimi piani dei palazzi e i loro tetti, ancora avvolti dalle tenebre del sonno appena trascorso. Le colline impedivano alla pallida e neonata luce del sole di arrivare fino alle finestre delle case, prolungando così più del lecito la notte che ostinata tingeva di ombre i muri tutti egualmente bianchi degli edifici. Ma era solo e soltanto un'illusione, nient'altro che un'effimera immagine che ben presto si sarebbe dissolta: non per molto la barriera avrebbe impedito al sole di arrivare, e già si potevano scorgere alcune finestre illuminate come stelle su un cielo di cartapesta.
Alzai lo sguardo sul terzo spiraglio alla mia portata, dove la luce aveva già raggiunto il cielo ma in punta di piedi, ancora timida e velata di nebbia, con l'atteggiamento guardingo di chi si infila di soppiatto nel letto dell'amante per non disturbarne il sonno. La Mole, con la sua punta aguzza ornata dalla corona dei fari rossi di segnalazione, si alzava oltre i tetti dei palazzi circostanti e trapassava la linea ondulata dell'orizzonte, spiccando alla vista per la sua eleganza e regalità nel cielo azzurrognolo. Dietro di lei, falsate dalla prospettiva, erano sdraiate le colline trapuntate di luci artificiali delle strade e delle propaggini della città. Superga, inondata di bianco, pareva essere l'ultimo efferato tentativo dell'uomo di affermare la sua esistenza.
Dovetti alzarmi in punta di piedi, invece, per arrivare al quarto fotogramma, al quarto spioncino. Il cielo, di mille colori, si stendeva su tutto il mio campo visivo già limitato dalla persiana: eppure nonostante la parzialità della mia vista era intenso, immacolato, inviolato da tutto. L'uomo ancora non era arrivato, lì, e al posto delle automobili erano le silenziose nuvole a correre sulle sue strade invisibili tracciate da quella foschia che nasce prima dell'alba. Anche gli uccelli evitavano di volare alti, preferendo restare appollaiati a gracchiare sugli alberi e sui tetti delle case, più a loro agio a fare da intermediari con il genere umano piuttosto che sfidare i livelli più alti del cielo stesso, disertato dagli astri stessi.
Mi chiedo cosa avrei visto se avessi potuto alzarmi di più. Se fossi stato più alto di quello che già sono, se avessi avuto una sedia su cui salire o qualcosa per arrampicarmi per arrivare ad un quinto spiraglio lungo la superficie della persiana. Cosa c'è oltre il cielo azzurro e rosa dell'alba? Fin dove possono arrivare i miei occhi, una volta superate le cime delle colline e trapassato la nebbiolina bianca e sfumata che le incorona?
Forse non avrei visto nient'altro che cielo, e città, e uomini: una replica all'infinito di quanto ho visto più in basso dal mio osservatorio, la ripetizione di un identico ed unico modulo che privo di fantasia si estende chilometro dopo chilometro.
Oppure avrei visto le stelle, quelle vere, aggrappate alla notte che si allontana verso Ovest nel caparbio tentativo di non scomparire mai dallo sguardo di chi ha la volontà di guardare più in alto ancora, oltre i propri limiti e oltre gli altri. Forse avrei visto il paradiso, se esiste veramente, avvolto da nubi più bianche del bianco e con angeli maestosi che cantano in cerchio davanti alle sue porte. Ne avrei sentito le voci soavi da Muse, e la musica siderale che segue il cammino degli astri, e il respiro del mondo che palpita come un immenso organismo composto da noi stessi. O, ancora, avrei incrociato (magari per qualche secondo appena, ma ha davvero importanza?) lo sguardo di chi come me vagabonda allo stesso modo su sentieri irreali ed impalpabili, senza avere alcuno scopo che non sia lo spingersi fino a quel punto...ed ancora un passo più oltre.
P.S.
Ancora adesso, comunque, mentre l'ora prima dell'alba è conclusa ed il sole - quello vero - bagna con la sua liquida luce rossa la mia mano, non saprei dire se i miei pensieri fossero un insieme di ricordi, una manciata di sogni o il cuore pulsante delle mie speranze.
Alcuni pensieri, alle 18:25
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lunedì, 30 aprile 2007
Il treno si snoda rumorosamente sui binari, sferragliando nella campagna dei dintorni di Bologna - la mia campagna, piatta e colorata con tutte le gradazioni possibili del verde e dell'oro, senza alcuna montagna a spezzare l'interminabile linea dell'orizzonte. Come un grandioso insetto cigolante, il treno si muove rombando, seguito dal sorbo rullo del motore che devasta la tranquillità del tardo pomeriggio. Al suo passaggio i fagiani e le lepri scappano via, a nascondersi tra il grano ancora giovane scosso dalla scia d'aria che i vagoni si lasciano dietro. Attraversa il mondo, perfora il cielo di questa giornata stranamente grigia e carica dei presagi di una pioggia che per cadere aspetta l'imbrunire.
Le case, le auto, le persone mi sfilano davanti al finestrino, che per questa ora di viaggio è la ma unica finestra sulla realtà. Come a teatro, le figure entrano da una parte ed escono dall'altra in una manciata di secondi; forse, come a teatro, c'è una storia intessuta tra tutti gli elementi. Ma non ci sono dialoghi tra loro, le parole sono implicite nel loro avvicendarsi senza che io possa udire quanto hanno da dirsi. La tv è accesa, ma senza audio, e io sul mio divanetto resto seduto a guardare e a immaginare le parti di ognuno - sono sempre stato piuttosto bravo, in questo.
Un uomo, nel suo giardino, è chino a tagliare un albero. La motosega, il cui stridìo arriva sino alle mie orecchie nonostante il rumore del treno, entra famelica nella corteccia divorando ogni barriera che incontra. Spezza il legno come se fosse burro, lo violenta in maniera oscena e innaturale. Lo taglia alla base, con fluida progressione, attraversando da un lato all'altro il cipresso che per qualche attimo resta sospeso. Senza più sostegno, privo di qualsiasi legame con la terra, resta in piedi per forza dell'abitudine come se fosse restìo ad abbandonare quella posizione che per anni è stata la sua esistenza. Ma la lama della motosega ha compiuto il suo lavoro chirurgico, e il vento - quel vento che in passato ha accarezzato con amore le foglie e il tronco - ora lo invita malignamente ad abbandonarsi alla legge di gravità.
Ma io non saprò mai se il cipresso abbia accettato la sua inevitabile fine o se, per qualche strana forza della natura, è rimasto in perfetto equilibrio sul suo fragile piedistallo. Il treno è subito passato oltre, impedendomi di vedere il momento esatto della caduta e lasciando soltanto nella mia memoria l'immagine esatta della caparbia resistenza dell'albero spezzato.
Questo è il viaggiare in treno, questo è il mondo filtrato dal finestrino in movimento: non qualcosa di omogeneo, di fluido e di totale ma tante tessere diverse che fanno un mosaico invisibile. "...E mai poter bere alla coppa d'un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti". La realtà si rivela composta da microscopici fotogrammi, istantanee che la velocità del treno incolla l'una di seguito all'altra ma che nelle loro giunture presentano minuscole crepe, sbavature che diventano quasi più importanti della verità stessa.
Che importanza ha che la logica dica che l'albero è sicuramente caduto? I miei occhi non l'hanno visto, e in quel momento preciso in cui si reggeva per la sua sola volontà tutto era possibile. La mia fantasia è legittimata a completare a suo modo, a mio modo, la storia mancante. L'avevo detto che ero bravo, in questo.
Molti mi chiedono perchè amo viaggiare, e perchè non in macchina o in aereo: è qui, seduto in un limbo non meglio definito tra due stazioni, che posso inventare le mie storie.
Tanti mi chiedono anche perchè le persone a me care sono lontane da me, tutte, come se io le cercassi volontariamente altrove. Forse questa volontà esiste veramente, anzi ne sono quasi certo. Le persone che amo sono qualcosa di più che il semplice corpo, vanno oltre la materia visibile che posso sfiorare con le dita. Per me sono una destinazione, il punto di arrivo che mi costringe a viaggiare per loro; una ragione per alzarmi e partire.
Sono ispirazione, quello che sta dietro le mere parole che posso usare per descriverle, come un fuoco nascosto e vivido che mi brucia nelle vene e mi fa muovere, spingendomi verso di loro. E per toccare con mano la mia ispirazione devo impugnare una penna, e scrivere.
Alcuni pensieri, alle 19:18
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domenica, 08 aprile 2007
Uso la stessa scusa di sempre nel salutare gli amici con cui ho passato la serata. Dovrò decidere ad abbandonare, prima o poi, questo brutto vizio di mentire per nascondere con una banale giustificazione le motivazioni profonde che spesso si celano dietro i gesti. "No, non c'è bisogno che mi portiate a casa... faccio due passi, mi sgranchisco le gambe".
Ma anche se sono sulla strada di casa, non ho intenzione di andarci: passo oltre la porta d'ingresso senza degnarla quasi di un'occhiata, svoltando a destra mentre il rumore dei miei passi leggeri si perde in remote eco. C'è un odore strano, questa sera, e ho voglia di seguirlo.
E' un profumo intenso, pieno. E' denso nelle sue fragranze, lo noto non appena metto piede fuori dall'abitacolo buio e angusto della macchina. E' qualcosa di diverso dal solito, e per questo risalta con tanta forza. Si insinua nei sensi, li scuote e li sveglia con la delicatezza di un raggio di luce che entra dalla finestra all'alba. E' piacevole, per quanto inusuale.
Non è l'odore di Argenta, del mio paese; sembra più di posti lontani ed esotici, di realtà scomparse o mai esistite immerse nella natura selvaggia. Si aggrappa ai pali della luce e alle insegne spente dei negozi, si avvinghia al cemento con una tenacia ingenua e primordiale. L'ha portato il vento? No, non mi pare. Sembra anzi che l'aria sia asservita ad esso, portandolo placidamente alle mie narici e sventagliandomelo davanti con aria invitante.
Lo respiro a pieni polmoni, sebbene lo sforzo non sia poco. Per chi non è abituato, per chi non è atletico, una fitta improvvisa si fa sentire nella cassa toracica. Cerco di prenderlo, di catturarlo, ma approfittando della mia debolezza mi scivola tra le dita. Sfugge come fa un cane indisciplinato, sordo ai miei richiami, e svicola tra le strade deserte e buie nonostante i lampioni pallidi, e le stelle rade nel cielo di velluto nero. Neanche la luna mi aiuta, rossa e bassa all'orizzonte, più simile al grande occhio del cielo burberamente interessato a guardare questo gioco di rimpiattino tra me e il profumo della notte, di questa notte.
La città è silenziosa, come al solito priva di vita. L'odore si è acquattato in essa, tra le sue auto ferme e il suo cemento, in attesa del mio passaggio. Vi è riuscito talmente bene che temo di averlo perso subito dietro casa, e anche per questo mi coglie alla sprovvista quando mi assale di colpo le narici.
Sa di terra, è la mia prima impressione ora che lo sento meglio. Di terra e di erba, di piante, di rami e foglie. Cerco di reagire, di respirare a fondo, e inspiro profondamente cercando di imprimerlo della memoria. Ma ancora una volta lo sforzo mi lascia senza fiato, mi sento mancare. Il vento me lo porta via, facendo stormire gli alberi che mi sovrastano in cupi lamenti e rombi che ricordano la mareggiata delle onde sulla spiaggia di roccia. Mi lascia stordito come farebbe un brigante in un vicolo, e mi dà la forza di rialzarmi come fosse lui il buon samaritano: è gentile, vuole solo giocare.
Lo seguo, in fondo volevo fare due passi. Me la prendo comoda, la strada la conosco: la faccio sempre quando voglio stare solo, di notte. E' la strada delle passeggiate mie e di Z., quella stessa che ho riportato tanto tempo fa su questo stesso blog - un anno esatto, lo scopro ora rileggendo quel post scritto sulla spinta di una nottata simile.
Mi trovo a chiedermi cosa è cambiato da allora, ed evito la superficiale risposta: tutto. Ho un nuovo cappotto, particolare non da poco per uno come me. Ho nuove canzoni nel lettore cd, nuovi viaggi e nuovi progetti, nuove persone da vedere e nuovi ricordi da spolverare mentre i passi si ripetono monotoni sul marciapiede a malapena visibile nel buio. Una nuova serenità, anche, e lo stesso quieto sublime di sempre.
Respiro nuovamente, a pieni polmoni, e questa volta la fatica è minore. Riesco a trattienere il fiato per più tempo, ingabbiando il profumo che aleggia nell'aria fino a quando sgomitando non riesce a liberarsi. Come due cuccioli che giocano alla lotta, ci stuzzichiamo a vicenda cercando ognuno di vincere sull'altro - bonariamente, da amici che condividono una notte insieme.
Per proseguire quella caccia allungo la strada sempre di più, rassegnandomi a ripetere il circuito dell'altra volta. Mi colpisce la quantità di finestre accese, considerando l'orario: chissà quanti dietro quei vetri e quelle porte staranno vivendo, immersi in un libro, nei propri pensieri, nell'attesa dei figli, nel fare l'amore. Io invece tiro dritto, proseguendo senza neanche più pensarci, e lasciando che le gambe facciano il loro lavoro.
Tutto profuma, mi rendo conto. Quantità incredibili di aromi e odori mi tentano e mi assalgono, e quella nota terrosa e di erba che mi ha portato sino a lì sembra divertirsi al mio stupore. La mia guida mi fa vedere quei fiori invisibli, quelle voglie anonime,quelle zolle ammonticchiate che sprigionano luce per le mie narici. Mentre la città dei palazzi e delle case è addormentata, un'altra più oscura e antica si sveglia e rivela i suoi segreti a chi ha voglia di abbandonare la routine per buttarsi tra quelle braccia fresche e odorose.
Senza rendermente conto sono arrivato vicino all'argine del fiume, all'estremo limite del paese. Di fronte a me c'è un campo arato, dove i solchi di terra sono ancora freschi e pregni della fragranza della terra più pura: rivolto verso il nulla inspiro, e sento vibrare i polmoni che a fatica contengono quel sapore che da tanto, troppo, tempo non percepivo sommerso com'ero dal cemento e dallo smog. Mi perdo tra quei fumi estatici, riacquistando maggiore sicurezza in me e in ciò che mi circonda. Seguo la linea scura dell'argine, cercando costantemente nuove note di aromi prima mai esplorati: le trovo costeggiando i giardini, attraversando i parchi, camminando nel mezzo dei viali deserti.
Se qualcuno mi avesse visto, chissà cosa avrebbe pensato... un ragazzo alto, dal lungo cappotto nero che gli conferisce quell'aria stravagante di "poeta decadente", con le mani in tasca e lo sguardo rivolto ora verso il cielo, ora verso gli alberi, ora dietro di sè. Mi avrebbe preso per un ubriaco, probabilmente, e non avrebbe sbagliato di molto sebbene durante la serata non abbia toccato neanche un goccio di alcool. Non è il vino che mi inebria, questa sera, ma i profumi del mondo attorno a me.
Quando sono ritorno a casa, dopo aver attraversato in lungo e in largo il paese, ho sentito un sordo dolore di affaticamento ai polmoni non avezzi a quel continuo inspirare a fondo. Era la prima volta che lo facevo in maniera così costante, sistematica: come se prima avessi sempre respirato poco, trattenendomi dall'allargare i polmoni ed espandere il petto. Come se, timoroso di rompere fragili equilibri, avessi imposto al mio naso di lavorare in sordina, di nascosto, per recepire il minimo indispensabile a sopravvivere ed evitare di essere notato.
Quanti profumi mi sono perso, così facendo? Quante sensazioni ho lasciato sfuggire pur di non espormi allo sguardo di riprovazione altrui? Nell'ultima ora mi sono goduto ogni odore che è arrivato ai miei sensi e mi sono baloccato con esso prima di espirare con altrettanta profondità. Ecco che cosa è cambiato dall'ultima volta che ho fatto quel percorso: allora volevo essere un'ombra, e nascondermi allo sguardo degli altri. Questa notte no, ho vissuto ogni respiro che ho fatto senza volerlo celare nelle tenebre della notte. Ho respirato la vita, e l'ho trovata ben più profumata di quanto io stesso avessi creduto.
Alcuni pensieri, alle 04:46
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lunedì, 26 marzo 2007
Le lettere uscivano dalla mia matita fluentemente, come piccoli grani di sabbia in una clessidra che scandisce il tempo delle due ore di lezione. Caratteri minuti, pallidi e sottili, e sempre più confusi nell'avvicinarsi della mano al bordo del foglio del quaderno. Immerso come ero nell'arduo compito di capire quanto il professore stava balbettando e al tempo stesso riportarlo in maniera chiara nei miei appunti, non me ne sono reso subito conto.
-tlick!- il sottile stelo della mina si rompe, forse ho premuto troppo, e il frammento schizza via andando a perdersi sul pavimento. Trattengo un'imprecazione poco carina che mi sale alle labbra quando i miei nervi hanno un salto a quel rumore sottile eppure letale: era l'ultima. Le matite non tradiscono mai, mi scrive la Fùs... ma non così le mine, mi viene da aggiungere, che sanno esattamente quando devono rompersi e quando finire di colpo senza che tu abbia dietro il ricambio.
Sospiro e abbandono la matita mangiucchiata sul foglio quasi bianco, senza più nè la voglia nè i mezzi per continuare a prendere appunti. Senza la costrizione (la distrazione?) di sintetizzare quanto il professore sta dicendo, mi trovo senza lavoro, senza qualcosa che mi tenga occupate le mani e il cervello. Le dita rigirano prive di scopo il corpo vuoto della matita, e la mente si perde nel contemplare gli anonimi particolari che mi circondano.
Siamo in dieci nella grande aula tiepida. La manciata di studenti è sparpagliata tra le esagerate fila di sedie blu, e per lo più intenti a seguire sul libro la confusa lettura del professore. L'età varia, dalla maggioranza dei ventenni ai sessant'anni abbondanti del vecchio dalla barba bianca e il naso aquilino appostato in terza fila.
Il professore è seduto alla cattedra, i baffetti spioventi che incorniciano le piccole labbra che parlottano e si mangiano le frasi stridule. Biascica parole accavallate, ogni tanto sollevando lo sguardo miope a ribadire qualche passaggio cruciale nascosto tra le pieghe del discorso.
I miei occhi sono irrequieti, distratti, leggeri. Senza fare troppo caso alle parole dette e che aleggiano nell'aria, si spostano verso la finestra da cui si intravede il parcheggio inzaccherato di pioggia fine e fastidiosa. Piove veramente? Sono costretto a cambiare posizione, agitandomi sulla scomoda seggiola e urtando il quaderno con quella frase sbiadita e interrotta a metà che mi guarda con aria di rimprovero ad inizio pagina. Dalla nuova posizione noto che, contro la luce plumbea di un pomeriggio di marzo, impalpabili gocce d'acqua attraversano il cielo. Sì, piove.
Sento che in sottofondo il professore sta parlando di lettere, di parole: quelle che io non posso più scrivere, che senza matita sono ormai qualcosa di alieno e inservibile. Si sofferma sulla lingua francese, e di come il suono della a e della e spesso si equivalgano tanto che solo nella scrittura rivelano la loro vera identità. Particolare interessante, ma io che non posso annotare.
Proprio quando si parla di scrittura come esaltatrice di differenze, io non scrivo più. Proprio quando si parla di parole, le parole non mi appartengono più. Ironico, penso tra me e me con lo sguardo annoiato fuori dalla finestra, per non dire che è una strana coincidenza.
Sembra fatta apposta, quasi fosse una traccia precisa che mi suggerisca come muovermi. Una coincidenza astrale, come ultimamente ne incrocio spesso nelle mie giornate. A. che si trova ad avere la nausea mentre io finisco di leggere La Nausea, trovando i miei stessi pensieri e quasi le stesse pagine, mentre V. lo sta leggendo in contemporanea. Una mancanza di sonno fortuita, l'incrocio con un compagno di liceo che non vedevo da quasi tre anni, blog scovati per caso sulla rete. Tanti particolari che sono tentato di unire in unico disegno, fino a concludere e arrivare con la mia strana lezione di oggi in cui le parole che non riesco a scrivere sono il contrappasso di quelle che ho scritto male pochi giorni fa, quando ho speso quasi tre ore di fronte al pc con una pagina scritta e limata, proprio come sto facendo ora, e praticamente finita.
Un post meditato da qualche giorno, uno scritto importante che volevo mettere nero su bianco e imprimere nella memoria di questo blog. Ma, alla fine, l'ho cancellato. L'ho guardato come ho guardato gli appunti di oggi, interrotti a metà e per buona parte incomprensibili. Non era quello che volevo scrivere, non era quello che volevo fissare. Senza pensarci troppo, l'ho cancellato come fosse un semplice tratto di matita, in attesa di nuova e più valida ispirazione. Come adesso, tanto per chiudere il cerchio delle coincidenze.
Anche dopo penso a questa strana concatenazione di eventi e di pensieri, in cui ognuno inizia dove l'altro finisce. All'uscita della lezione, alle 17 spaccate, mentre al riparo dei portici mangio un trancio di pizza sfornata sotto i miei occhi qualche minuto fa. A guardare verso l'alto, verso il cielo grigio e umido, in attesa che la pioggia smetta di cadere. E, in quei minuti di attesa, a masticare la pizza ancora calda, mi viene da chiedermi se forse le coincidenze non esistano veramente.
Se magari non ci sia sul serio un destino, un Fato superiore ad ordinare il caos delle nostre vite terrene. Saremmo pedine sulla schiacchiera di giocatori senza volto, ma sarebbe proprio così importante? Non ne avrei coscienza, in fondo... e senza saperlo non ci sarebbe rabbia, non ci sarebbe la volontà di rompere le catene invisbili, e solo le coincidenze sarebbero i segnali nascosti di questo filo logico che ci ingarbuglia.
Sarebbe comodo, penso mentre osservo la pioggia increspare le pozzanghere ai lati della strada. Le preoccupazioni passerebbero in secondo piano, schiacciate dalla consapevolezza di essere minori, solo lo scarto di qualcosa. Sapere che i problemi sono stati scelti apposta per noi ci farebbe trovare la forza di superarli senza abbandonarci alla disperazioni di non riuscire a farcela con le nostre sole risorse.
Se non esistesse il libero arbitrio, ma fossimo servi di un Dio, di un Cosmo, di una mente superiore le nostre vite avrebbero quanto meno uno scopo. Ci sarebbe un obiettivo da raggiungere, e un criterio oggettivo e imparziale con cui valutare la felicità. Ci sarebbe un merito, per quanto oscuro e imperscrutabile. L'esistenza non sarebbe un semplice esistere, non ci sarebbe solo il presente e qualche vago ricordo del passato.
Avere l'illusione che il mondo non esiste per caso, perchè non ci sarebbe caso. Ogni evento avrebbe un significato, una sua logica, senza doverci affannare a crearlo noi... o abbandonarci al cupo pessimismo del nulla. Non spetterebbe più a noi decidere, tantomeno ad agire: come pulcini dobbiamo solo aspettare l'imboccata della madre calata dall'alto.
Come un deus ex machina, le coincidenze ci tirerebbero fuori dal grigio della nostra vita senza farci fare alcuno sforzo, senza costringerci a rimboccarci le maniche e sbattere la nostra volontà per creare qualcosa di nostro - perchè tanto il Destino ha già previsto tutto.
Mentre gusto l'ultimo boccone di pizza (la crosta, croccante proprio come piace a me), mi incammino verso la stazione sotto il cielo che d'improvviso ha appena smesso di piovere. E mi dico che no, è inutile vedere coincidenze dove c'è solo il caso con cui giocare.
Alcuni pensieri, alle 20:05
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Teneva il pacco di giornali sotto l'ascella, ben perpendicolari con il fianco, così da averli sottobraccio a mo' di gruccia. Non ho visto bene che cosa fossero, un quotidiano probabilmente, e uno di quei fascicoli collezionabili con un inutile modellino di una macchina agricola in plastica grezza. Gli conferivano un'aria composta, regale, come se fossero lo scettro della vecchiaia tenuto maestosamente in bella vista, e con la mano ad accarezzarne l'impugnatura.
Il petto era dritto, gli occhiali dalla montatura antiquata rivolti verso l'orizzonte... oltre i binari, oltre le pensiline, oltre i vagoni arrugginiti lasciati a morire sulle deviazioni morte. Un refolo d'aria gelida, che soffiava irriverente senza interrompersi, smuoveva i lembi dell'impermeabile marrone chiaro e gli scompigliava quei leggeri capelli bianchi che sembravano sottilissimi fili di cotone.
Ma prima di tutto, mentre salivo i morbidi gradini del sottopassaggio della stazione di Ferrara che mi aprivano gradualmente la visuale al mondo superiore, notai i suoi giornali. Sono assurdi i particolari che per primi ti saltano all'occhio, quando incroci una persona. Non noti mai come sono vestiti, che cosa indossano, di colore hanno gli occhi. Dopo che li hai oltepassati, fai fatica a ricordare i colori dei capelli, e i lineamenti del volto. Ma sei certo del numero di orecchini che portava sull'orecchio, o di colore erano i fiorellini sulla borsa tenuta al fianco.
E ti entrano in testa, in un ritornello che non ne vuole sapere di andarsene, neanche mentre bevi il tuo caffè mattutino cercando di sciacquarti via il sonno residuo. Ci pensi, di tanto in tanto, perchè sono quelle minuzie che penetrano facilmente nelle maglie grossolane della memoria, e lì restano pronte a risvegliarsi ad ogni cigolare della porta alle tue spalle. Ma non è lui ad entrare, non avrai così facilmente la tua risposta.
Uscito dopo qualche minuto, il signore elegante nella sua anziana semplicità non c'era più. Panico, delusione, amarezza. Nuovamente hai lasciato andare l'attimo, troppo timido per trattenerlo sguisciante tra le dita.
Poi, rieccolo, a passeggiare oziosamente lungo il marciapiede a bordo dei binari. Il passo corto, un po' dondolante, ma con la schiena sempre ritta di chi nella quotidianità non l'ha piegata di fronte a nessuno. Sta aspettando qualcosa, sta aspettando il treno, sta aspettando me.
Mi avvicino titubante, non di fronte ma aspettando che sia girato per arrivargli al fianco. Mi fermo di fronte a lui, e ci guardiamo. Lui non mi riconosce, lo capisco da quello sguardo corrucciato dietro le lenti a goccia dei grandi occhiali. Non so bene cosa dire, mi sporgo verso di lui, e gli chiedo con voce bassa ed evidentemente incerta. "Mi scusi, lei si chiama Italo?".
Lui sobbalza, sorpreso, inaspettato. Mi guarda senza capire, senza intuire chi sia questo ragazzo giovane nonostante la barba, e serio nonostante il sorriso. "Sì... lei?".
Sì... io? Chi sono, come faccio a spiegarglielo in una presentazione. Quanto riuscirà ad andare indietro la memoria di questo anziano signore, con cui passavo i miei pomeriggi quando ancora a fatica riuscivo a scrivere il mio nome? Quanto si ricorderà il mio nome, quanti altri Roberto avrà conosciuto nella sua vita da quando non ci siamo più visti? Quanti parenti dovrò enumerare per dare modo di farlo uscire dal labirinto del tempo che implacabile mangia gli affetti e annulla i legami anche di sangue, soprattutto di sangue?
Ho incontrato lo Zio Italo oggi, in stazione.
Abbiamo parlato per una mezz'ora abbondante... si è ricordato subito di me. Gli si sono illuminati gli occhi. Mi ha chiesto quanti anni ho adesso, come sto, cosa faccio, che università seguo. Mi ha chiesto dei gatti, degli amici, e alla parola internet ha scosso la testa senza capire. Mi ha chiesto se ho la patente, se guido, se abbiamo ancora la macchina gialla del nonno. Mi ha chiesto cosa ci facevo a Ferrara, ovviamente.
Mi ha detto di aver venduto la sua collezione di Tex, e quella delle bottigliette di Whiskey. Mi ha parlato del suo lavoro quando era dipendente statale, alle poste, e di essere andato in pensione prima perchè non riusciva a sopportare lo sperpero dello Stato. Mi ha detto che sua moglie e le sue figlie stanno bene, e anche i suoi nipoti. Non rinnoverà la patente, odia guidare - come me - e che preferisce camminare - come me. Gli dispiace per mio nonno, che ha conosciuto quando riusciva a creare opere d'arte con martello e forgia e che ora non riesce neanche più a rendersi conto di essere su una sedia a rotelle devastato dall'alzheimer. Forse è meglio così, ha aggiunto con sguardo triste.
Mi ha detto che non mi avrebbe riconosciuto, ovviamente, se mi avesse incontrato per strada. E' stato gentile da parte sua non dire che non mi ha riconosciuto neanche quando mi sono presentato, io che l'avevo visto da lontano. Mi faceva più alto, più simile a mio padre.
Più alto, ha ripetuto mia madre guardando prima me poi mio padre.
La misurazione dell'altezza è come in rituale ben preciso, scandito da abitudini che si perdono quando ero bambino ed ogni centimetro in più era una vittoria contro il mondo. Come fosse la mistica investitura di un cavaliere, c'è una strana tensione nel corpo nello slacciarsi le scarpe - anche se sono così diverse da allora, così da "adulto".
Le spalle appoggiate al muro, la schiena distesa contro quella porzione di parete bianca che ha visto innumerevoli volte ripetere quella situazione. I piedi scalzi allineati, i talloni contro il battiscopa, e dritta la testa con il mento alzato e lo sguardo rivolto in avanti. Poi la lama larga e piatta del coltello da cucina, fredda contro i miei capelli, s'appoggia delicatissima come una piuma. La punta sottile va a scalfire invisibile l'intonaco, là dove poi il metro andrà a iniziare la cascata verso il pavimento.
Ma la cosa che non avevo mai visto era mio padre appoggiato contro quel muro, dove pochi secondi prima c'ero io. Si è tolto le pantofole, i piedi nudi accostati, la schiena dritta contro la parete, e con il sorriso sulle labbra ha lasciato che mia madre ripetesse lo stesso rito del coltello sulla testa, per arrivare ad un verdetto che non è la divisione tra padre e figlio ma l'unione tra due generazioni.
Perchè alla fine, tra il vecchio e il nuovo, tra l'anziano e il giovane, tra il passato e il futuro c'è solo mezzo centimetro di differenza. Tra quello che sembra enorme e chi pare spezzarsi al primo colpo di vento, chi non ha mai paura di niente e chi teme anche se stesso, chi non dice una parola e chi ne usa troppe, chi si professa ignorante e chi ritiene di essere colto... c'è solo mezzo centimetro di differenza. Neanche uno intero, ma solo la metà.
E lo confesso, mi è venuto da chiedermi, mentre osservavo i miei abbracciarsi teneramente in mezzo al salotto, come ho potuto non accorgermene prima.
A chi stai pensando in questo momento?
Il mio dito scivola sulla superficie liscia del vassoio, tiepido contro il polpastrello gelido che lo percorre. Ne segue i contorni, ne accarezza la curvatura, tocca il bordo levigato. E, nel suo passaggio, raccoglie la finissima polvere bianca dello zucchero a velo.
La punta del dito passa attraverso lo strato bianco e farinoso, rompendone il delicato equilibrio e trasportando verso di me un monticello in continuo divenire. Si accumula, si disperde, si ingrossa di nuovo. Sono attimi brevi, eppuri lenti. Non sto facendo nient'altro mentre per un attimo mi perdo in questa attività così stupida, così infantile, eppure così genuina.
Non so neanche perchè l'ho fatto. E' stato così naturale farlo, come quando da bambino spizzicavo dal piatto dove erano state le frittelle di mele, o la meringa, o la tenerina. Così è successo questo sera quando finiti i dolci mi è rimasto sulla scrivania il largo vassoio vuoto e spolverato di zucchero. Ho allungato il dito, senza pensarci, e ho iniziato a girare in cerchi concentrici, seguendo prima l'anello esterno del vassoio dove solo una spolverata di zucchero era rimasta. Poi quello interno, poi il centro. E via di nuovo, neanche stavo guardando, mentre i miei occhi seguivano le immagini sullo schermo.
E' stato quando ho staccato il dito sporco di bianco, con piccoli granelli che cadevano perdendosi sulla scrivania e sulla tastiera, che mi sono fermato: a chi stai pensando in questo momento? Chi vorresti che in questo momento ti chiamasse al telefono, per dirti anche solo un banale "ciao, come stai?". Un nome, un volto, una persona. Qualsiasi cosa, ma ti prego dimmi chi è. Dimmi che questa persona esiste.
Mi sono venuti in mente mille amici, mille ricordi, e troppe parole da dire.
E' come quando hai bisogno urgentemente di una scusa, te ne vengono in mente a decine e si accalcano nella tua mente come a gridare tutte insieme: scegli me. Ti invitano ad usare la loro bugia, le loro mezze verità, mentre tu ne vuoi solo una. E rimani bloccato con la bocca aperta, a balbettare cercando invano di connettere e fornire la tua scusa.
Così ero fermo io, con la mano mezz'aria e il dito intinto in quel fine zucchero bianco. A chi stavo pensando veramente? Quanti nomi mi sono venuti in mente, come tante piccole bugie. Ci sentiamo in dovere di pensare a qualcuno nei momenti belli, per non sentirci egoisti. O forse è solo allora che ci ricordiamo di avere degli amici, oltre quando ne abbiamo bisogno si intende. Ma chi alle 4 di notte avrebbe alzato la cornetta e fatto il mio numero? Sono i pregi e i difetti di questo mio vivere notturno, prima che la vita normale ricominci, e me ne assumo la piena colpa se di colpa si vuole parlare.
La verità è che non stavo pensando a nessuno. Ed è strano per me, che ogni volta che mi trovo un bicchiere in mano sento il bisogno di fare un brindisi. Anche con il caffè della mattina, con la lattina di cocacola mentre giro per Argenta. A qualcuno, a qualcosa, a qualche momento o situazione... perchè ogni momento è buono per ricordare, in fondo.
Ma non questa volta. Questo brindisi lo dedico a me stesso, avvolto nella mia pallida solitudine mentre là fuori - da qualche parte - sta albeggiando. Senza ricordi, senza pensieri, ma solo io. Non credo esista una parola per indicare una concenzione simile, un involucro fatto di stesso spazio e di stesso tempo e di persona pensante a se stessa. Almeno non in italiano, certo la mia caccia alle parole straniere è sempre aperta. E mi piacerebbe sapere se in una qualche lingua vi sia un concetto simile, un modo per dire: io esisto, qui e ora, e nient'altro è il mio mondo. Ecco, dodici parole e dubito di essere riuscito anche solo a far intuire la portata di quanto sto cercando di dire. Perchè in fondo è vero, come dice Pratchett, che certe cose non puoi neanche pensarle se non conosci le parole giuste.
E' stato come un sublime kantiano, ma non nei confronti del mondo o della natura che ti fa sentire incredibilmente minuscolo tanto da non riuscire a concepirti: questo è un piccolo sublime, una staordinarietà quotidiana, una volatile sensazione di inadeguatezza che già è passata senza neanche dare modo di rendertene conto. Un quieto sublime... quanto tempo che non usavo questa parola, tanto di averne perso per sempre il significato. Forse è questa che mi mancava, che riempie lo spazio vuoto nel mio vocabolario. Se conosco il significato ma non il significante, posso sempre assegnarglielo io.
Ho portato il dito alle labbra. Lentamente, come intimorito da quella magia che si era creata per un gesto tanto banale tanto da avere paura di romperla con un semplice gesto. Qualcosa che faccio sin da bambino ora, mentre navigo nei miei vent'anni, è diventato una piccola pietra miliare della mia vita.
Assaporo il gusto dello zucchero vanigliato, che si sprigiona come una carezza affettuosa di una nonna che non vedevi da tempo. Ha quel sapore sottile ed ineffabile che scompare in un momento, senza neanche lasciarti il tempo di masticare o deglutire, ma dandoti il carico di ricordi delle feste fatte a Natale o a Capodanno e tu non visto compi lo stesso gesto alle spalle della mamma. Non appena allontani il dito, già ti è rimasto solo l'aroma sul palato ed incurante di asciugarti il polpastrello torni a raccoglierne quanto più ti è possibile.
Con passionalità, con dolcezza ma senza vergogna ho compiuto questo piccolo peccato di gola, raccogliendo le briciole con il dito ancora umido di saliva, dimenticando le buone maniere e l'educazione. Tanto nessuno sarebbe entrato per farmi la predica, nessuno mi avrebbe guardato storto. D'altronde sono solo io, qui e ora.
E intanto scrivo, animato da nuova linfa, di qualcosa finalmente di cui valga la pena scrivere. Uno scrittore senza soggetto non è poi molto, mh? Così pure un poeta senza ispirazione. O un bambino senza zucchero, se vogliamo dirla tutta.
Me n'è rimasto solo un mucchietto, al centro del (lucido) vassoio. Disordinato, disperso, senza nessuna velleità artistica. E' il risultato di un'ora abbondante di assaggi e assaggini, di toccate e fuga fatte senza neanche guardare, impegnato com'ero a mettere una parola dietro l'altra.
Spero che quella piccola isoletta vanigliata mi basti per il secondo giro di lima, ma devo fare in fretta. Almeno terrò le dita impegnate a scrivere ancora un po', prima di fermarmi a riflettere di nuovo - e ad attingere all'ispirazione di questa notte.
Non so dire con certezza quando ho cominciato a pensarci. Credo sin dal primo momento in cui ho posato le mie borse sulle poltroncine vuote, e mi sono guardato attorno nello scompartimento vuoto.
Mi ero sistemato in fondo al piccolo e deserto scompartimento dell'intercity, con i suoi sei posti che paiono aver di certo visto giorni migliori. Accanto a me il finestrino largo ed ampio, che lasciava entrare il freddo gelido della notte. Non potevo vederle, ma dietro quella cortina di buio c'erano la mie campagne, i miei sprazzi di verde tra i campi, i miei casolari di cui solo ogni tanto una luce rompeva il nero del paesaggio.
Ero solo, tranne lui. Dormiva in modo scomposto, la schiena appoggiata alla poltroncina e le gambe distese in avanti tanto che quando sono entrato le ho dovuto scavalcare alla meglio, per evitare di disturbarlo. Avrà avuto una sessantina d'anni, credo. Di corporazione robusta, stava a braccia incrociate con la testa appoggiata di lato al cuscinetto della seggiola. La barba bianca gli incorniciava il volto ampio, ben squadrato, per certi versi importante ma non austero, anzi piuttosto disteso. I capelli corti, bianchi anch'essi, erano leggermente spettinati. Gli occhi erano azzurri, ma non potevo ancora saperlo, perchè persistevano a restare chiusi nonostante il mio inevitabile rumore. Era ben vestito ma non troppo elegante, con completo grigio e sotto la camicia, segno che voleva comunque viaggiare comodo. Accanto a lui, nell'angusto spazio tra le due file di posti, c'era un trolley di grandi dimensioni e sopra di esse una borsa più piccola da viaggio.
L'ho guardato con interesse, cercando di capire di più di lui, ma non ho trovato molto altro. Neanche sulla valigia c'erano segni della sua provenienza, o del suo nome, nè del tagliando dell'aereporto che spesso si intravede nei viaggiatori che tornano da Bologna. Era semplicemente un uomo in viaggio, chissà da dove e chissà per dove, addormentato profondamente nel mio stesso scompartimento.
Alla fine ho spostato lo sguardo, mettendo gli auricolari e abbandonandomi alla musica. Nel mentre ho imbracciato le mie borse, e ho iniziato a rovistare in esse. Per fare un inventiario delle cose che avevo, di quelle che avevo regalato e di quelle che mi erano state regalate... un modo per salutare le persone care lasciate alle spalle, e ricordarmi di loro.
L'uomo del treno si era svegliato, si stropicciava gli occhi con le mani chiuse a pugno e accortosi della mia presenza cercava di darsi una posizione meno vulnerabile agli occhi di un estraneo. Io, educatamente, facevo finta di niente. Con le mie cuffie nelle orecchie, lo sguardo al nero finestrino, fingevo di non badare a lui e ai suoi movimenti.
Neanche quando ha iniziato a frugare nella borsa per recuperare il cellulare, mi sono voltato direttamente verso di lui. Sempre per quello strano senso di pudore, di intimità, di rifiuto verso gli estranei, e per la volontà di non turbarlo più del dovuto. Ma la curiosità ha sempre il sopravvento, e con la coda dell'occhio osservavo i suoi tentativi di far funzionare il piccolo telefono con cui aveva scarsa confidenza. Si era messo a pigiare i tasti , e un'espressione corrucciata aveva stretto le sue folte sopracciglia bianche. Era in netta difficoltà, e tra qualche sbuffo mi lanciava occhiate a metà tra l'imbarazzo e la supplica. "Scusi... lei se ne intende?".
Mi sono voltato, ho abbassato il volume e tolto le cuffie per mostrarmi disponibile, e gli ho sorriso . "Non moltissimo, ma ci posso provare" ho replicato con fare gentile, non volendo promettergli niente che non fossi in grado di fare veramente. In realtà mi aspettavo quella richiesta, avendo notato le occhiate che ogni tanto arrischiava nella mia direzione. Ho teso la mano per farmi dare il cellulare. "Cosa le serve?".
Lui si è mostrato un po' indeciso, non sapendo fino a quanto poteva spingersi in là con me. La prima cosa che mi dice è la scusa, il cellulare non è suo ma della figlia... non sapendo come usarlo, alcune funzioni lo mettono in difficoltà e non riesce a chiamare.
Io ho sorriso e annuito, rassicurandolo. Una volta avuto il cellulare in mano, non ho potuto fare a meno però di notare la foto che faceva da sfondo al display. Lui, in un caldo ambiente familiare, con l'albero di natale sullo sfondo e una ragazza abbracciata a lui. Lei non deve essere molto più vecchia di me, e ha un cappello rosso in testa. Sorridono, sono felici.
Ma è stato come inserirmi nella loro intimità, nella loro casa il cui salotto si intravedeva dietro le loro figure abbracciate. Era come spiare, rubare, approfittare di un fianco involontariamente scoperto. Era qualcosa che poteva farlo sentire a disagio, ed era già tanto se mi aveva chiesto di aiutarlo rompendo l'isolamento che è la corazza del mondo di oggi. Ho preferito fare finta di niente, assumendo un'aria disinteressata così da non dargli modo di vedere che mi ero fermato a fissare la fotografia. Una volta arrivato alle funzioni cercate, ho impiegato pochi istanti a risolvere il problema, e gliel'ho riconsegnato con un sorriso. "Ecco fatto, così dovrebbe andare".
Lui mi ha ringraziato più volte, scusandosi e prendendo di nuovo il cellulare. Mi ha guardato ancora un istante, mentre tornavo al mio posto con gli auricolari nelle orecchie ma la musica ancora bassa. Sono curioso, non ne ho mai fatto mistero, e non ho alzato il volume per sentire la telefonata in corso.
"Ciao..... sì, sono in treno sto tornando a casa. Tu dove sei? esci stasera?.... mah ho fatto un po' difficoltà con il tuo telefono, per fortuna c'era un ragazzo gentile che mi ha aiutato". Riesco a non sorridere, spostando lo sguardo al finestrino come a cercare di mantenermi impassibile nell'osservare il nulla che sfrecciava accanto a noi. "... no, nessun problema.... ci vediamo domani, allora... ciao, fai la brava stasera eh?... ok, a domani. Ciao un abbraccio...".
Soddisfatto dall'essere riuscito a sentire la figlia, ha guardato ancora un istante con disgusto il cellulare. Lo comprendo, detto tra parentesi. Poi l'ha rimesso via, storcendo le labbra. Si è rimesso comodo contro la poltroncina, le braccia incrociate sul petto, a guardare verso il finestrino dalla sua parte, oltre lo stretto corridoio a lato del treno.
Si era creata quella strana atmosfera di complicità tra noi due, che ci eravamo scambiati quelle poche ma cortesi parole, e che animavano ancora il silenzio all'interno dello scompartimento. Nessuno dei due fiatava, non sapendo se dire e cosa dire, ma certi che prima o poi si sarebbe dovuto farlo. Quanto meno per salutarsi quando uno dei due sarebbe sceso.
E' stato allora che quel pensiero mi è tornato alla mente. L'avevo già respinto come una sciocchezza mentre rovistavo tra il libro e i biglietti alla rinfusa, tra il cappello piegato e i cd. Era stupido, insensato e pericoloso. Ma nonostante le mie obiezioni era rimasto lì presente in ogni momento. Tornava a farsi vivo quando riguardavo quell'uomo, quando cambiavo canzone, quando scorgevo la luce di una casa all'esterno. Io ero piuttosto indeciso per timore, per imbarazzo, per pudore. Era una cosa che non avevo mai fatto, ma una voce dentro di me era certo che era la cosa giusta. Dovevo farlo, perchè sì. Non c'era un motivo, ma era una di quelle azioni che per uno strano motivo era importante. Se non l'avessi fatto me ne sarei pentito a lungo, e non era una giornata che meritava rimpianti.
Il treno si ferma. Ferrara, dice il cartello e la voce metallica all'esterno. Io mi alzo come una molla, il cappotto nero e le borse con me. Una breve occhiata all'esterno, a riconoscere l'edificio grigio e triste, mentre mi avvio verso la porta scorrevole dello scompartimento. Ho una cosa nella mano, chiusa nel pugno.
Lui continua a guardare fuori, dall'altra parte, senza voler notare il mio movimento. Solo quando parlo si volta verso di me, leggermente proteso in avanti come se non fosse sicuro di aver sentito bene.
"Scusi, posso offrirle un cioccolatino?".
Per un breve istante è silenzio, una frazione di secondo in cui c'è quella piccola scarica di adrenalina. Non sapevo cosa sarebbe successo, come avrebbe reagito, se avesse rifiutato per diffidenza nei confronti della mia mano estranea. Poi il suo viso gentile si scioglie in un sorriso, sincero, e gli occhi celesti hanno un bagliore.
"Sì... grazie..." mormora nel prendere lentamente il cioccolatino dorato che gli porgo con delicatezza.
"Buon viaggio, io mi fermo qui". Spiego con un sorriso più disteso, aprendo la porta che scorre con un sibilo, e con un ultimo cenno del capo mi infilo per il corridoio verso l'uscita della carrozza.
Non so se poi l'abbia mangiato veramente, se abbia accettato per mera educazione o perchè non sia riuscito a trovare una scusa credibile in quel poco tempo in cui l'ho colto di sorpresa. La gentilezza è un fatto così raro a vedersi in questi giorni che ormai qualsiasi cosa che ci viene offerta la vediamo come fosse un inganno.
Ma mi piace pensare che l'abbia conservato per un bel momento, mentre scendeva dal treno per mettere piede nella sua casa, per riabbracciare sua figlia. Mi piace pensare che anche lui abbia tenuto il sorriso sulle labbra anche dopo che ero scomparso dietro l'angolo, come io facevo mentre respiravo la fredda aria di Ferrara.
Mi piace pensare di aver reso felice qualcuno, anche se solo per un breve istante. Anzi, dico meglio: aver reso felice qualcun'altro, oltre me.
Di fretta, di frettissima.
Salto da un luogo all'altro, senza mai fermarmi in nessuno. Ieri Padova, domani Spezia e Torino, bevute tutte d'un fiato. Colleziono tappe dietro le spalle, senza foto ma solo ricordi nella mia mente. E gli amici, gli amici che incontro e che mai nomino, rendendoli quasi ombre inconsistenti in questo blog... ma d'altronde non conta chi siano, conta il viaggio verso di loro.
Solo una giornata a casa, prima di rituffarmi tra le stazioni di mezza italia con il mio cappello e i miei mezzi guanti. E la sveglia è tra tre ore, in cui dormirò poco e male, almeno riposerò per un attimo gli occhi prima che scoppino del tutto.
Ma prima dovevo assolutamente passare per di qua, e lasciare una traccia di me. Non so neanche io il motivo, ma non ce la facevo a spegnere la luce senza aver scritto qualcosa qui.
Scriverò più avanti, al rientro tra qualche giorno, le tante piccole cose che meritano di essere nominate per fare un testo come si deve, di quelli che meritano di essere ricordati.
Per ora mi limito a riportare solo una canzone, che mi ha accompagnato nelle ore silenziose di treno. Forse è banale, forse ovvia, forse già sentita. Forse non è un post degno della mia lima.. ma di certo non ho intenzione di ragionare su quello che non posso fare, nè di mostrarmi più complesso di quanto io, semplice ragazzo, non sia.
E' in grado di ridarmi quel sorriso tra me e me, riempiendomi anche solo per una volta di cauto ottimismo nei confronti dei miei simili. E tanto mi basta.
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Sarà un post strano, questo. Lo avverto subito, per mettere in guarda quelli che leggeranno di seguito e si chiederanno se è il Rob che conoscono o se invece è qualcuno che impossessatosi del suo computer sta scrivendo al suo posto.
No, sono io. Avvolto nella mia coperta grigia, nella mia stanza disordinata con un letto vuoto che mi aspetta... ma io che continuo a battere questi tasti imperterriti. Con tanti pensieri in testa e una canzone ascoltata a ripetizione, una tazza vuota con il profumo della tisana da poco finita. Sono io, sì, e mi rivolgo a voi.
A quelli che leggono, hanno letto o leggeranno. A quelli che scrivono in risposta, o che invece restano in silenzio per tanti motivi. Chiunque, insomma, abbia avuto a che fare con questo posto.
Prima però scorrete la colonna a destra fin quasi alla fine, cercando con lo sguardo le ultime modifiche che di tanto in tanto appongo invisibile. Passate la sezione degli altri blog, non senza leggerne i nomi ve ne prego. Sono coloro che periodicamente lasciano qualche traccia del loro passaggio realizzando in questo modo lo scopo ultimo di questo blog. Spesso i loro commenti sono più interessanti del post stesso a cui replicano, e diventano ai miei occhi un tesoro prezioso che anche se conservato in un popup io di tanto in tanto torno a spolverare. Questa notte, è per loro che scrivo. E' per voi.
Aprite l'ultimo link che ho aggiunto, con quella domanda pretenziosa che come uno specchietto per l'allodole pare suggerire la verità ad una domanda esistenziale antica quanto l'uomo. Non è così, ovviamente. Nel video che vi si aprirà non si dice che cos'è la vita. Dietro quel video animato di pochi minuti, di un uccello che non può volare perchè la natura non glielo permette, non troverete la risposta.
Troverete solo la sua.
Mi piacerebbe avere la certezza che ha lui nel progettarsi la vita, sapere perchè faccio una cosa anzichè un'altra, conoscere quanto ho bisogno per continuare. Essere me stesso, in breve; essere ciò che voglio senza che altri mi impongano le loro costrizioni. Quante volte in questo blog ho parlato dei miei sforzi per affermare la mia personalità, la mia volontà, il mio ego. Non per arroganza, non per ergermi come modello o prevaricare qualcuno: ma per semplice libertà. Essere tutto e il contrario di tutto perchè io lo voglio, senza accettare passivamente i compromessi con il mondo esterno e con la natura che mi ha fatto "così".
E quante volte mi sono scontrato con la dura realtà dei fatti, con le mie mancanze e con quelle degli altri che mi sono attorno tali da annullare i miei sforzi per essere libero. Quante volte la natura matrigna ha distrutto il mio castello di convinzioni e fiducia in me stesso, e io l'ho voluto ricostruire.
Vorrei poter dire qualcosa di saggio a questo punto, arrivare ad un approdo che dia se non proprio ottimismo quanto meno una speranza a voi che leggete e a me che scrivo. Ma non so cosa mi attende, come affronterò gli ostacoli del futuro, che strada imboccare ai continui bivi che oltrepassiamo senza neanche accorgercene.
So solo che è tempo di fare gli ultimi passi in avanti, verso una destinazione che ancora non conosco. Voglio farli comunque, voglio concludere la mia ricostruzione. Voglio partire e prendere un treno, finalmente, e non per fermarmi Bologna ma per tornare a calcare i binari di mezza Italia per trovare persone, amici, sogni. Per troppo tempo sono stato fermo qui, tra le quattro mura domestiche, avvolto dalla pigrizia e dalla routine in attesa di qualcosa che mi smuovesse. Ed è arrivato alla fine: il desiderio di viaggiare.
Come un pungolo prima sommesso poi sempre più forte, ad indicarmi che è tempo di mettermi il cappello e la camicia, la borsa e lo zaino, e prendere un treno nella mattina nebbiosa.
E' l'ultima parte che mi manca per essere veramente me stesso, sono le porte che concludono il castello permettendo di uscire e di entrare. So bene che il mondo è dietro l'angolo, pronto a distruggere tutto di nuovo non appena ce ne sarà l'occasione. Lo vedo, lo sento, e lo accetto.
Ma non ho intenzione di rinunciare al mio viaggio.
George Gray
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realta` non e` questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perche' l'amore mi si offri` e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore busso` alla mia porta ed io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamo`, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita puo` condurre a follia
ma una vita senza senso e` la tortura
dell'inquietudine e del vago desiderio --
e` una barca che anela al mare eppure lo teme.
E. L. Masters ~ Antologia di Spoon River
Trad. F. Pivano
Non so dire bene perchè questo articolo, letto sulle pagine di Internazionale la settimana scorsa, mi abbia colpito così tanto. Non parla di me, non ho vissuto un'esperienza simile a quella di chi scrive, e i miei genitori conducono il loro sereno matrimonio da più di venticinque anni.
Eppure c'è qualcosa nel modo in cui è scritto, in cui è pensato, che mi ha rimandato subito con la mente a questo posto, e all'uso che ne faccio di esso.
Perchè dietro il fatto concreto, dietro la realtà quotidiana, questo editoriale mostra il segreto tesoro della riflessione. E come ogni cosa che fa pensare, che fa porre delle domande, merita di essere letto.
Efraim Medina Reyes
Internazionale 669, 23 novembre 2006
Ci sono parole che, in altre lingue, significano interi concetti che una lingua come l'italiano fatica ad esprimere neanche con più frasi. Ha sicuramente altri pregi, l'italiano: è modellabile come creta, è adatto ad essere racchiuso dai versi metrici della poesia ed in grado di esprimere sottili sfumature con una minuzia quasi impensabile. Ma alle volte anche la nostra lingua, con cui sto scrivendo adesso, si trova impotente di fronte al potere evocativo di certi suoni, certi termini arcaici di lingue straniere.
Già in un altro post, più di un anno fa, mi sono inchinato e ho reso omaggio al duro idioma siberiano quando riesce ad esprimere con le sue impronunciabili sillabe il malinconico tormento dell'attesa. Allora come ora, sono incappato in quella che il giornale presentava come curiosità, ma per è stato un nuovo frammento del grande specchio che quotidianamente cerco di ricomporre.
Houbb ilâhi. Non viene dal gelido inverno della Siberia, non questa volta. E' invece un caldo soffio del deserto, portato dal rosso scirocco, gentile e amorevole come fosse la carezza di qualche divinità antica e forse dimenticata. E' un bacio casto e puro, ma non per questo meno conturbante, come il velo leggero e trasparente che copre il viso delle donne durante la cerimonia delle nozze. E' il respiro di un respiro, come quello di due amanti allacciati in una notte d'amore, che si specchiano l'uno nello sguardo dell'altra.
Sono dieci lettere, due parole, un unico concetto. Sono dieci note, due accordi, una sinfonia dolce che scivola nell'orecchio come olio profumato. E' rovente e al tempo stesso fresco, delicato come una cascata di rose, il tocco leggero della madre sulla guancia del figlio. Non ha intenzione di ferire, non è pronunciato con intenti malvagi, ma è la promessa di una tenerezza che anche se non viene raggiunta è comunque un miraggio piacevole di cui illudersi.
Dell'Houbb ilâhi parlavo poco tempo fa con un'amica, una delle poche persone (ma proprio per questo preziose) che leggono il mio blog. Era un assolata mattina d'autunno, con quel sole caldo che non sai se durerà o se forse non sia solo una presa in giro da parte delle stagioni che si rincorrono, e noi eravamo seduti scompostamente sui gradini di fronte la Sala Borsa. A guardare i passanti, a parlare del più e del meno, ad abituarci ognuno alla presenza dell'altro - si gioca a Lot insieme da una vita, e poi si finisce a fare l'università assieme.
Non ricordo ora come ora che piega avesse preso il discorso, se mi fosse scattato un campanello per qualcosa che lei aveva detto o se fosse stato piuttosto un pensiero improvviso che mi aveva attraversato sfrecciando la mente. Lì per lì avevo dimenticato il nome proprio, e le raccontai solo il significato che esso ha nella cultura araba, che ha cento e più modi per esprimere il concetto di Amore.
L'Houbb ilâhi è ciò che lega il Creatore alla sua Creatura e viceversa, l'amore per ciò che si è creato e l'amore verso colui che ci ha creato. E' quel filo che non si spezza neanche se entrambi lo vogliono, perchè incisa in qualcosa di ben più fisso che la memoria o i volubili sentimenti: è iscritto nella materia stessa, nel corpo e nello spirito, e forse solo la morte può rompere questa catena che non conosce confini nè di spazio nè di tempo.
Nel minuscolo punto in cui Michelangelo ha fatto incontrare Dio e Adamo, nel tocco delle dita, lì si vede il loro amore: è Dio che crea noi, siamo noi che creiamo Dio. In un sentimento simile non c'è spazio per le gerarchie, non c'è attivo e passivo: è un legame a doppio senso, entrambi lo provano ed entrambi lo subiscono. Non è causa o effetto, non è neanche giusto o sbagliato: e' la carezza e lo schiaffo al tempo stesso, il regalo e la punizione, il "ti voglio bene" e il "lo faccio per il tuo bene".
Normalmente è inteso come semplice amore divino, quello che Dio prova nei confronti del creato...ma perchè ridurlo alla sola teologia quando basta guardare noi, piccola e gretta umanità, per trovare un tale sentimento?
In fondo è quella stessa luce che illumina gli occhi dei genitori quando vedono i primi passi del loro bambino, quando ascoltano le prime parole, quando li osservano nei loro successi e nei loro fallimenti; sono le lacrime trattenute al matrimonio che li sta portando via, verso un'altra casa e verso un'altra vita. E' il rispetto implicito dei figli verso chi li ha creati, che anche se rinnegato non verrà mai meno... è il motivo per cui consideriamo nostro padre il più forte di tutti, e la madre la più dolce e saggia, e crediamo nel loro parere più di ogni altro.
Ma è anche quello strano trionfo che il pittore prova quando stacca per l'ultima volta il pennello dalla tela, lo scultore allontanandosi dalla statua, lo scrittore apponendo la parola fine sul foglio. Tutte le persone hanno sentito amore per ciò che le loro mani o la loro mente modellava, non importa quanto belle o riconosciute esse fossero: il solo fatto di essere stati per un attimo creatori li ha riempieto di orgoglio e soddisfazione.
E se il Golem avesse potuto provare emozioni, questo sarebbe stato il suo sentimento nei confronti del Rabbì di Praga che l'aveva plasmato dall'argilla e apposto su di esso il sigillo divino di vita. Forse è questo che vuol dire il sorriso della Gioconda, o il segreto delle Piramidi, forse sarebbero queste due parole arabe la risposta del Mosè a Michelangelo. E sempre queste parole sono il testo muto del brano di pianoforte che sto ascoltando a ripetizione questa sera, sono nascoste dietro le note delicate...ma ci sono, basta tendere l'orecchio che ti accorgi dell'amore con cui il pianista accarezza i suoi tasti, come fosse la pelle sensuale di una donna bellissima.
Quando in tanti mi chiedono che gusto provo nel passare le mie ore a pc, a scrivere su un monitor, vorrei poter sussurrare solo queste due parole: Houbb ilâhi. Descrivere il mio burattino mi riempie di gioia perchè è mio, sono suo padre e sua madre, e la mia mente è il suo Eden. Scrivere questo post, su cui sto passando le ore dopo averlo meditato per giorni, è esso stesso un atto di amore che rinnovo ad ogni tasto che batto, ad ogni parola che formulo. Ho detto più volte che amo scrivere, ma che me ne rendo conto solo quando ho finito di farlo.
A voi che le leggete, queste frasi parleranno di me che ne sono l'autore. Celebreranno la passione che ho speso per mettere l'una di seguito all'altra con la loro semplice esistenza, vi racconteranno i miei segreti se solo avrete la voglia e la pazienza di stare a sentirli. Vi spiegheranno perchè ho scritto proprio ora queste parole, e non mi tradiranno nel farlo perchè è in questo modo che esse svolgono la funzione che io ho scelto per loro. Vi diranno chi sono io, chi sono stato e chi voglio essere: questa è la loro dichiarazione d'amore nei miei confronti, ed è un canto silenzioso che riempie il mio cuore di gioia.
Houbb ilâhi, l'amore del Creatore verso la Creatura. L'amore della Creatura verso il Creatore. Houbb ilâhi.
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